Mina Welby

Eutanasia, Mina Welby: “Per mio marito morire è stata una liberazione”

Un medico gli aveva detto: “Tu potresti non mangiare più. Io ti sedo, tu non mangi e dopo quindici giorni muori”. Noi siamo rimasti allibiti. Non è la stessa cosa morire di fame e di sete, lentamente in quindici giorni. È una tortura». Così racconta Mina Welby, moglie di Piergiorgio e co-presidentessa dell’Associazione Luca Coscioni, in questa intervista rilasciata a Wild Italy. «Anche io mi sono accanita d’amore per lui – confessa – ma alla fine ha prevalso l’amore e ho detto: “Sì, voglio anche io che stacchi il respiratore».

Oggi, Piergiorgio continua a vivere in lei che è diventata «una mina vagante» com’era lui. E quella morte non è stata invana. Perché ancora oggi si parla di lui. Perché ancora oggi la testimonianza di Piergiorgio e di Mina serve a chi, dieci anni dopo, non può scegliere se rifiutare o meno l’accanimento terapeutico. Non è per niente facile, per chi accudisce una persona che ama, accettare di separarsene in un giorno e in un ora stabilita. È questo il calvario dei familiari che si trovano anch’essi a fare i conti con una malattia che lentamente li allontana dalla persona scelta per condividere la vita.

«Per me – aggiunge Mina Welby – è stato molto duro accettare che lui fosse pronto anche a morire. Io non ci riuscirei. Ma ora credo che per tutti coloro che accompagnano un malato, a cui vogliono tanto bene, permettere ai propri cari quello che loro vogliono, anche per chiudere il cerchio, sia un atto d’amore veramente molto grande. Come è stato per Beppino Englaro».

Max Fanelli: “Se vuoi decidere sulla mia vita prenditi anche la mia malattia”.

Ed è proprio la possibilità di autodeterminarsi e di scegliere liberamente, che chiede chi ha urgente bisogno di questa legge. Max Fannelli è uno di loro.

Ex dirigente di una multinazionale tedesca, si era messo al servizio di Emergency. Poi, il sogno dell’Africa. In Sierra Leone, fonda con la moglie la onlus Compagni di Jeneba. E, infine, racconta, “Un Dio distratto ha confuso il mio sogno di Sierra Leone Africa, in Sclerosi Laterale Amiotrofica” e gli hanno diagnosticato la SLA.

Max Fanelli. Fonte: www.cronachemaceratesi.it

Max Fanelli. Fonte: www.cronachemaceratesi.it

Chi oggi non è costretto a pensare al proprio fine vita stenta a immedesimarsi in Max. Per questo il suo punto di vista è importante per capire i sentimenti di un malato, le paure, le ansie.

«L’aspetto più doloroso e psicologicamente frustrante – ci spiega – è la consapevolezza che ci viene negato il riconoscimento di essere uomini capaci di scelte e decisioni. Ciò che rimane del tuo corpo viene trasformato in un laboratorio di medicina oggetto di speculazioni economiche in ambito sanitario e di diatribe politiche e morali».

Max ha firmato il suo testamento biologico con tre battiti di occhio, rifiutando l’accanimento terapeutico. Alla politica chiede tre cose: coerenza, senso del dovere e laicità: «Coerenza: per legiferare sul fine-vita, rispettando l’articolo 32 della Costituzione, ovvero, il principio di autodeterminazione. Senso del dovere: cioè rispettare quanto sottoscritto dall’Italia con la Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e sulla bioetica. Laicità: ovvero rimanere autonomi verso le ingerenze di quella parte più intransigente della Chiesa, distaccata dalla realtà, che come é evidente cerca di influenzare ogni decisione politica soprattutto per quanto riguarda i diritti umani».

Max è un guerriero. E da guerriero ci tiene a raccontarsi. Una vita a servizio degli altri. Ora è lui ad aver bisogno che altri gli concedano un diritto. Cosa significa, gli chiedo, poter decidere un giorno di staccare la spina?

«Ho iniziato questa battaglia perché, un anno e mezzo fa, quando dopo una grave infezione ed otto trasfusioni di sangue i medici mi davano per perso, ho vissuto l’accanimento terapeutico e tutte le contrapposizioni morali e formali del caso. Non ho mai pensato a richiedere l’eutanasia, ma lotto perché si possa essere liberi di scegliere se e fino a quando accettare le sofferenze psico-fisiche di una malattia terminale. Una sensazione di libertà indispensabile ad un malato terminale e la consapevolezza di avere ancora in mano la propria vita».

La posizione della Chiesa cattolica italiana.

Ed è proprio con la parte più tradizionalista della Chiesa cattolica che ci si scontra quando entrano in gioco questioni che riguardano autodeterminazione e libertà. Posizioni note, di conservazione della tradizione millenaria della Chiesa. Ma c’è anche chi, alla luce del Vangelo, ha elaborato risposte più concilianti. Aspetto affascinante che vale la pena approfondire con padre Alberto Maggi, uno fra i più noti e fini teologi italiani, sull’onda della teologia della liberazione e in contrasto con la dottrina ufficiale.

Don Maggi, dove sta il punto di crisi fra le istanze di chi chiede di poter decidere sul proprio fine vita e la posizione della parte più tradizionalista della chiesa?

Padre Alberto Maggi. Fonte: www.cronachemaceratesi.it

Padre Alberto Maggi. Fonte: www.cronachemaceratesi.it

«Grazie allo Spirito che l’anima la Chiesa ha la possibilità di dare sempre nuove risposte ai nuovi bisogni che emergono nell’umanità. Quando impaurita del nuovo la Chiesa si trincera nel passato, nella tradizione, nel già detto, essa non ha nulla da dire e anche se lo dice non è credibile perché poi il sentire comune la percepisce distante. Ora, una problematica che è sorta contemporaneamente al progresso crescente della scienza medica, capace di prolungare sempre più l’esistenza biologica delle persone, pone di fronte a questo interrogativo: è sacra la vita o è sacro l’uomo? Se è sacra la vita, questa va difesa e mantenuta a oltranza, e, nel caso di grave infermità, la scienza medica può supplire man mano alle funzioni corporee inabilitate. Alimentazione artificiale, tracheotomia, e così via, di tubo in tubo, di protesi in protesi, finché l’individuo diventa come ostaggio dei ritrovati medici e il corpo, che doveva servire a esprimere il suo essere, diventa un sarcofago che lo imprigiona inesorabilmente. Se invece è sacro l’uomo, costui deve avere la possibilità di poter decidere, quando le cure e i ritrovati della medicina non servono a guarire, a migliorare, ma solo a prolungare all’infinito le sofferenze, di porvi fine in maniera dignitosa. Altrimenti quel che si prolunga non è più la vita, ma un’inesorabile atroce agonia».

Dal punto di vista teologico, la vita è di Dio o dell’uomo?

«Dio è l’autore della vita e amante della vita, egli è il Vivente per eccellenza, ma proprio perché proviene da Dio questa vita non viene interrotta dalla morte fisica, ma prosegue facendo entrare la persona in una dimensione nuova e definitiva della sua esistenza. Pertanto alla domanda posta la risposta è: Dio si fonde con l’uomo e diventano una sola cosa. La vita umana è l’espressione di questa fusione tra il divino e il carnale»

Perché ha aderito alla campagna “Io sto con Max” degli amici di Max Fanelli per sensibilizzare sul fine-vita?

«Ho avuto il privilegio di conoscere e incontrare Max. Un gigante. Una persona che non è stata vinta dalla malattia gravissima che lo ha reso invalido completamente, ma ha fatto sprigionare attraverso quel suo corpo immobile un’energia vitale contagiosa e coinvolgente. È consapevole di essere nella fase conclusiva della sua esistenza, ma è difficile trovare una persona che ami la vita come lui».

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About

Nato a Catania il 9 gennaio 1987. Dopo la laurea in Lettere Moderne, da Catania si trasferisce a Firenze, città in cui vive, e si specializza in Filologia Moderna. A ottobre 2014 sbarca sul web LGBT News Italia, sito d'informazione sul mondo lgbt, di cui è responsabile con lo pseudonimo di Andrea Miluzzo. Come attivista per i diritti lgbt, il 12 marzo 2015 ha dato il via al boicottaggio di Dolce e Gabbana con l’hashtag #BoycottDolceGabbana, rilanciato in pochi giorni dai giornali esteri, e da nomi noti come Elton John, Ricky Martin, coinvolgendo 50,3 milioni di utenti in tutto il mondo. Attivista per i diritti civili e appassionato di Gender and Cultural studies e di Teoria della letteratura. Oltre a scrivere per LGBT News, collabora col quotidiano Sicilia News. COLLABORATORE SEZIONE POLITICA


'Eutanasia, Mina Welby: “Per mio marito morire è stata una liberazione”' have 1 comment

  1. 10 Marzo 2016 @ 5:19 pm Maria Previtali

    E per mia madre e per mio fratello, mio padre, tutti affetti da malattie incurabili. Rispetto e ammirazione per Mina Welby, grande donna


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