Fallisce la Richard Ginori. La grave crisi delle aziende italiane

Il 7 gennaio alle 10,30, il Tribunale di Firenze ha dichiarato il fallimento della Richard Ginori, nota società di Sesto Fiorentino specializzata nella produzione di porcellane. Oltre 300 dipendenti, già in cassa integrazione da agosto, temono ora per il proprio futuro lavorativo.

La morte di questa azienda storica è la testimonianza di uno stillicidio quotidiano che sta portando il nostro sistema imprese alla chiusura o al trasferimento verso la Svizzera o paesi a contesto economico sostenibile.

In Italia è diventato cioè impossibile fare impresa perché è impossibile essere competitivi che è l’unico modo per rimanere sul richard_ginori111111111111111111111111mercato. Le piccole e medie imprese, che costituiscono il tessuto fondamentale del sistema impresa Italia, subiscono quotidianamente ogni tipo di vessazione: dalla burocrazia insopportabile di una pubblica amministrazione aggrovigliata che ha tempi biblici (quando non è corrotta e sbloccare una pratica ha un costo collaterale), al livello di imposizione fiscale insostenibile; dall’alto costo del lavoro ai costi sopra la media europea dell’energia e della benzina.

Non parliamo poi del fattore criminalità, che insidia il patrimonio e che costringe piccoli imprenditori a “farsi casa” presso la propria attività commerciale per difendere l’impresa stessa. E sempre in tema di criminalità, il “pizzo” ancora presente soprattutto nelle realtà meridionali.

Altro capitolo è quello delle banche che non sostengono più le imprese ed i cui costi vanno ad erodere i bassi profitti ove realizzati.

Infine, i ritardi pagamenti delle fatture da parte dello Stato e dei privati che molte aziende ha portato al fallimento nonostante i fatturati di rilievo. In questo contesto radicalmente negativo, per quale motivo le aziende estere dovrebbero investire nel nostro paese?

Da un lato, quindi, le aziende, anche storiche come la Richard Ginori, che muoiono; dall’altro, tante altre aziende che – prima di morire – decidono di lasciare l’Italia, per dirigersi verso paesi pronti ad accoglierle, fornendo in 48 ore la regolarizzazione burocratica ed incentivi a lungo termine oltre a contenuti costi di produzione/gestione. Pensiamo anche che ci sono tante aziende dell’Emilia Romagna e del Veneto ricche di quei tanti brevetti appetibili nel mondo ed oggi hanno delocalizzano la produzione portando via non solo i brevetti ma decenni di esperienza, tecnologia e sapere.

Non ci stupiamo allora quando leggiamo il dato allarmante, fornito dall’Istat, del 37% di giovani – tra i 15 e i 24 anni – senza lavoro e l’esplosione della cassa integrazione. Tutto ciò, fotografa solo un paese immobile, con una tendenza negativa che, ad oggi, è priva di qualsiasi iniziativa di contrasto.


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Avvocato, classe 1970, si occupa di affari penali, diritto societario, relazioni internazionali, contrattualistica e investimenti, outsider. BLOGGER DI WILD ITALY


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