Fascismo “Forza nuova”

Il fascismo è un fenomeno nuovo nella storia del Paese, un movimento che fa proprio e rivede in modo assai originale il mito della rivoluzione intesa come totale rottura con il passato; una forza che giustifica l’uso sistematico della violenza nella lotta politica con l’ideologia dell’azione, della rivalità, del diritto del più forte.

Lo stesso capo del fascismo, Benito Mussolini, già militante nelle file socialiste, dalle quali esce perché favorevole all’intervento italiano nella Grande Guerra, definisce il disegno politico fascistatotalitario, perché inteso a costruire uno Stato onnipotente, che controlli ogni aspetto della vita dei cittadini, sottomessi al potere e al volere di un solo partito, che pretende di identificarsi con l’intera nazione. Un proposito simile prevede l’esclusione di qualsiasi dissenso, l’abolizione di ogni espressione libera e autonoma, affinché lo stato totalitario possa controllare e assorbire ogni individuo, gruppo, comunità, idea. Perché possa diventare, insomma, un idolo a cui tutto va sacrificato.

È una forza nuova il fascismo, che affonda però le proprie radici nelle tendenze illiberali e antidemocratiche presenti nella cultura europea del Novecento, amplificate dalle frustrazioni e dalle paure del dopoguerra.

La piccola e media borghesia vive una fase di crisi e recessione economica, si sente sfuggire di mano i privilegi conquistati, e guarda al malcontento delle masse proletarie come a un ulteriore pericolo. I contadini che non ottengono le terre loro promesse mentre si trovavano al fronte; gli operai che devono fare i conti con il prezzo della vita in costante aumento e i salari fermi quando non in ribasso. Le loro naturali proteste (i latifondi incolti vengono presi di mira da contadini ed ex combattenti; il biennio 1919-1920 passa alla storia come “biennio rosso”, tante sono le manifestazioni, gli scioperi, le agitazioni di matrice comunista) rappresentano per la borghesia un ulteriore pericolo, dal quale credono di potersi difendere appoggiando un movimento il cui programma è all’inizio tanto fumoso ed ambiguo da potersi adattare pressoché a qualsiasi situazione.

La nuova forza politica sa presentarsi contemporaneamente come rivoluzionaria e restauratrice dell’ordine, come capace di dare nuova linfa a una classe sociale che sente il terreno cedere sotto i piedi ricollocando le cose al loro giusto posto, e soprattutto allontanando il pericolo di una rivoluzione di stampo bolscevico, quella sì vista come il maggior pericolo da gran parte della società dell’epoca.

È proprio la paura di una rivoluzione comunista ad avvicinare la grande industria e la grande proprietà terriera al fascismo. A differenza della piccola e media borghesia, latifondisti e grandi industriali non credono davvero nella nuova ideologia e nel suo capo; si convincono di poterlo sfruttare a proprio vantaggio, finché l’ordine non sarà ristabilito, per poi piegarlo ai propri disegni.

Purtroppo hanno fatto male i loro calcoli, non hanno considerato l’inettitudine della classe politica, che non è in grado di dare risposta esauriente ai bisogni della popolazione, e neppure sa opporsi ai soprusi sempre più evidenti di Mussolini.

In conclusione, Mussolini e i suoi hanno l’indubbio pregio di presentarsi come risolutori di una situazione ormai degenerata, ma trovano gioco facile nell’inettitudine della classe politica, incapace di fare opposizione; nella crisi economica che getta interi strati della popolazione nella miseria e ne fa un’altra ancor più aggrappata ai propri privilegi; nel clima decisamente illiberale di un Paese che non trova la strada per una vera e duratura democrazia.

Mi ricorda qualcosa.

STEFANIA



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