Fenomenologia del berlusconismo

Perché Silvio Berlusconi ha così tanto successo? Qual è il suo segreto?
Diciassette anni fa, con lo scandalo di Tangentopoli e la caduta della prima repubblica, si aprì la lunga stagione berlusconiana. Da allora tutti, sia tra gli alleati e gli ammiratori che tra gli avversari ed i critici, sono arrivati una volta almeno a porsi le suddette domande, imbastendo riflessioni, provando a dare spiegazioni e a fare previsioni, tessendo sperticate lodi o componendo altrettanto mirabolanti invettive.
Anche in questa sede si tenterà di far luce sul mistero con un’analisi, il più possibile lontana dalla retorica del berlusconismo ma allo stesso modo avversa ai sofismi dell’antiberlusconismo militante. Un’analisi che inquadrerà un aspetto forse mai toccato e sicuramente sottovalutato o strumentalizzato a seconda degli schieramenti e della convenienza del momento: l’aspetto socio-culturale.

Nelle rare occasioni in cui si esplora tale punto di vista, si danno solitamente per presunti due fattori. Il primo è che gran parte del prestigio di Berlusconi gli derivi dal possesso praticamente monopolistico di tre emittenti televisive private di scala nazionale. Il secondo, per lo più sottinteso, è che prima di Mediaset costui fosse sì un facoltoso imprenditore, ma che ciò sia ininfluente rispetto al potere di cui gode attualmente, se non per questioni di natura giudiziaria. Quest’ultima affermazione verrà giustificata più avanti nel testo.
Basta per ora stabilire fin da subito che in entrambi i casi abbiamo a che fare con dei luoghi comuni, cioè con delle valutazioni erroneamente confuse per fatti. L’effetto di tale imprecisione è quello di semplificare eccessivamente la complessità del fenomeno, col risultato certo di accantonare elementi fondamentali al fine della comprensione degli eventi della seconda repubblica: in altre parole, il mosaico ha a mano a mano smarrito alcuni importanti tasselli, divenendo nebuloso, oscuro, incomprensibile.
Prima ancora che un politico di spicco, si sa, Berlusconi era ed è il proprietario de facto delle tre reti del gruppo Mediaset. Ma il Berlusconi uomo pubblico non nasce con le sue televisioni, né coi media in generale: egli sale alla ribalta nei primi anni ’60, come magnate del settore edilizio.
Al netto delle ombre che circondano la sua figura, e che non interessano se non marginalmente il suo successo socio-culturale, Silvio Berlusconi si presenta fin dalle sue origini come «un uomo che si è fatto da sé», l’incarnazione italica del self-made man americano. A poco o nulla serve interrogarsi col senno di poi su se ciò corrispondesse a verità o meno: conta la percezione. E al tempo, Berlusconi è percepito per lo più come un modello da seguire, il quale si annuncia con un biglietto da visita che suona come una garanzia di qualità: il suo exploit finanziario e i miglioramenti che la sua opera ha saputo apportare al benessere della cittadinanza, e che gli valgono, non a caso, la nomina a Cavaliere del Lavoro nel 1977.
Negli anni che seguono, continua ad importare pezzo a pezzo il mito d’oltreoceano, introducendo in Italia un modo all’epoca nuovo di fare l’imprenditore, ripensando già allora il mercato in funzione più autenticamente liberale ed iniziando ad investire anche nel settore mediatico. Nel 1974 Berlusconi è il mecenate del «Giornale nuovo» di Indro Montanelli, a cui sarà legato da un sodalizio che si romperà solo venti anni più tardi.
 
Il rapporto che lo unì a Montanelli e la ragione della loro separazione sono emblematici dell’ambivalenza del personaggio di Silvio Berlusconi. A torto, Montanelli fu “elevato” negli ultimi anni della sua vita a icona della sinistra antiberlusconista come colui che ebbe la forza di ribellarsi al capo, ma le cose non stanno così. Montanelli non ha mai alzato la testa, per il semplice fatto di non averla mai abbassata. Negarlo equivarrebbe ad affermare che ci siano stati due Montanelli, quando ce ne fu uno solo, rimasto se stesso fino alla morte: quello che con il suo futuro ex amico scese a patti apostrofando «tu sei il proprietario del giornale, io ne sono il padrone», e che stracciò l’accordo per via della sua incrollabile e impavida coerenza, quando all’indomani della vittoria politica di Forza Italia fu chiaro che Berlusconi volesse tramutare il suo giornale libero in un organo di partito ritagliato sui canoni del culto personale del suo unico azionista.
Le dimissioni di Indro Montanelli sono forse l’indizio più evidente di ciò che il berlusconismo aveva fino ad allora rappresentato per molti italiani: non un ostacolo, ma una risorsa per quanti auspicassero più libertà, più cultura, maggiore benessere.
Il culto personale, si diceva. Se Montanelli, uomo d’eccezione, si comportò come tale, lo stesso non avvenne per la maggior parte degli altri collaboratori e dei sostenitori della prima ora del Cavaliere. Ciò però non fu dovuto ad un minore spessore morale da parte di costoro. Semmai ad un senso critico meno sviluppato, sebbene anche tale interpretazione sia poco convincente. E’ invece di gran lunga più probabile che chi votò Berlusconi nel 1994 lo fece in totale buona fede, perché lo riteneva in varia misura l’uomo della provvidenza, venuto a rimettere insieme i cocci del Paese con la stessa alacrità con cui aveva compiuto affari d’oro prima col mattone e poi con l’etere. Colui che aveva trasposto i suoi sogni in quartieri all’avanguardia immersi nel verde e nel luccichio degli schermi televisivi era pronto a condividere tutto questo mettendosi a capo di un governo gestito con la stessa dedizione ed efficienza di una delle sue grandi aziende.
Ma, al contrario di quel che oggi si pensa, Berlusconi non avrebbe potuto diventare ciò che è solo grazie alle sue fortune, sia pur se queste hanno rappresentato per lui un ingente ausilio. Non avrebbe ottenuto alcun potere in assenza di un fertile sostrato socio-culturale e psicologico, e semmai l’avesse ottenuto, esso non sarebbe risultato così duraturo. Il controllo dei media non basta a narcotizzare un intero popolo se questo non è compiacente rispetto all’operazione, se non è disposto a collaborare in qualche modo.
Questo humus consiste nella peculiare tendenza dell’italiano medio alla deresponsabilizzazione, caratteristica che viaggia su due binari paralleli e che risulta essere ad oggi comune a tutti i fenomeni politici e parapolitici del Paese. Da un lato, il diniego di responsabilità più schietto, quello dell’astensionismo e del menefreghismo, dall’altro quello più sottile, il personalismo costellato di uomini fuori dall’ordinario, di eroi in tutte le salse, da idolatrare e a cui delegare lo smascheramento dei corrotti e in generale la lotta per una società più giusta. Un aspetto, quest’ultimo, comune sia al cosiddetto “spirito del ’94” di Berlusconi sia ai fenomeni di costume che ruotano intorno a personaggi come Beppe Grillo e Marco Travaglio.
Si diceva, anche, dell’ambivalenza di Berlusconi. Se ci sono in questa storia un dottor Jekill e un mister Hyde, essi sono da cercare nella sua figura. Se infatti ammettiamo che Montanelli sia sempre stato un uomo integerrimo, coerente con se stesso, non possiamo che dedurre che la rottura col Cavaliere sia stata causata da una virata ideologica e forse psicologica di quest’ultimo. Esisterebbero, cioè, due Berlusconi: uno imprenditore, l’altro politico.
Il successo del Berlusconi politico sarebbe allora da ricondurre anche alla buona impressione trasmessa dal suo precedente ruolo pubblico, quello dell’imprenditore rampante, congiunta alla difficoltà pratica che le persone e in special modo gli italiani incontrano nel rendersi conto che, sfumatura dopo sfumatura, il fondatore di Forza Italia e poi del Popolo della Libertà è cambiato, smettendo di essere quello che avevano imparato a conoscere, stimare ed amare.
Com’è stato possibile? Le ragioni sociali, culturali ed in ultima analisi psicologiche sono tante. Un po’ ha contribuito la suddetta tendenza dell’italiano medio alla deresponsabilizzazione, che qui si manifesta come arrendevole sottoposizione all’autorità di un capo. Diceva sempre Montanelli che, a volte, la dittatura non è una violenza dei padroni ma una tentazione dei servi. Aveva quanto mai ragione.
LUCIANO IZZO


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