Final Portrait

Final Portrait – L’arte di essere amici, genio e follia di Alberto Giacometti nella quinta regia di Stanley Tucci

È il 1964, siamo a Parigi. Lo sculture e pittore svizzero Alberto Giacometti (Geoffrey Rush, Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar) chiede al giovane scrittore statunitense James Lord (Armie Hammer, Chiamami col tuo nome) di posare per lui per la realizzazione di un ritratto. Convinto anche dalle rassicurazioni dell’artista circa le poche ore necessarie alla conclusione dell’opera, Lord accetta. Peccato che le sedute andranno invece avanti per 18 pomeriggi, a causa dell’insoddisfazione di Giacometti che dà più e più volte vita al ritratto solo per poi disfarlo e ricominciare da capo. Le sedute diventano un’occasione inattesa per Lord per osservare il processo creativo di Giacometti, conversarvi di arte e vita e dare inizio a un’amicizia molto particolare.

Final portrait stanley tucci

Respirare l’arte

Stanley Tucci torna per la quinta volta dietro la macchina da presa per Final Portrait – L’arte di essere amici, occupandosi anche della sceneggiatura. Inizialmente tentato di interpretare lui stesso la parte di Giacometti, ha poi invece scelto di far fare la parte del leone a un magistrale quanto mimetico Geoffrey Rush. Tucci, figlio di un artista e insegnante d’arte, nella sua vita ha vissuto per un anno a Firenze scoprendo i maestri del Rinascimento e ha studiato disegno. Ma soprattutto, ha imparato a farsi curioso e dai gusti raffinati. Tucci ha insomma respirato arte fin da giovanissimo, tanto da diventarne un collezionista. Non stupisce dunque che il suo nuovo film parli di un pittore/scultore.

La scelta di concentrarsi proprio sulla figura di Alberto Giacometti nasce non solo dalla personale ammirazione per un artista senza età – la cui fortuna è florida oggi più che mai tra mostre e retrospettive – ma anche dalla lettura del libro di James Lord Un ritratto di Giacometti. Un volume in cui lo scrittore e appassionato d’arte ferma nel tempo le conversazioni avute con Giacometti nel corso dei pomeriggi di posa, accompagnate dalle fotografie dei ritratti poi disfatti dal pittore. Un documento prezioso sulle difficoltà del processo artistico, con le sue gioie e i suoi dolori, che Tucci ha usato come base per Final Portrait.

Non un classico film biografico

Non è un classico biopic quello girato da Stanley Tucci. Quella che ci viene raccontata non è la vita di Giacometti nella sua cronologia. Il regista sceglie invece di concentrarsi su pochi giorni della sua esistenza, per indagarne l’essenza della persona e soprattutto della creatività. La maggior parte del film è girata all’interno dello studio di Giacometti. Quest’ultimo di fronte alla tela e James Lord oltre di essa, giorno dopo giorno sempre più estenuato ma anche affascinato. Nonostante Final Portrait sia un film più d’indagine dell’anima e riflessione che di azione, riesce tuttavia a evitare una rischiosa staticità. Questo grazie alla sensazione di movimento data dall’uso della macchina a mano, e alle parole scambiate tra artista e soggetto ritratto. Parole che sono scambi preziosi filosofici quanto esistenziali e che ci aiutano a capire meglio l’agire del Giacometti uomo e artista.

Materialità e spiritualità della creazione

Geoffrey Rush riesce a restituire tutta la variopinta tavolozza umana e artistica di Giacometti, uomo eccentrico, dedito alla vita dissoluta, scorbutico ed egoista ma anche ironico e comunque sincero. Un autentico connubio di genio e follia. Diviso nel momento di vita in cui l’osserviamo tra la passione per la sua musa e amante Caroline (Clémence Poésy), e la condiscendenza offertagli dalla famiglia composta dalla dolente moglie Annette (Sylvie Testud) e il fratello Diego (Tony Shalhoub). Una famiglia pronta a sostenerlo con tutte le difficoltà del caso nel suo voler vivere spensieratamente e giocosamente come un adulto bambino.

Final portrait stanley tucci

Dall’altra Armie Hammer, sempre più bravo, veste i panni chic di James Lord evidenziandone il piacere narcisistico tendente al masochistico. Così come lo spirito sinceramente colto e curioso, che gli consente di apprezzare dell’esperienza con Giacometti la possibilità di sbirciare in una psiche portentosa. Fatta non solo di ispirazione e talento ma anche di sofferenza, dubbi, rabbia, senso di sconfitta.

Tucci indugia sulla materialità dell’arte. Fatta di forme da modellare con le mani, di tubetti di colore da spremere, di tele da cui far sorgere la vita a pennellate. Ma anche si sofferma sull’aspetto impalpabile della creazione: due occhi in cui scrutare, labbra su cui indugiare, per poi restituirne non la verosimiglianza ma l’Oltre artistico. Già presentato fuori concorso al Festival di Berlino 2017, Final Portrait è un film da guardare per approfondire – o scoprire – uno dei più grandi artisti del ‘900 al di là delle sue opere. Un viaggio unico e affascinante in una mente nevrotica quanto geniale, per capire meglio l’incapibile.

Final Portrait – L’arte di essere amici sarà al cinema dall’8 Febbraio con Bim Distribuzione.

 

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About

Da sempre cultrice del cinema classico americano per indole familiare e dei cartoni Disney e film per ragazzi anni ’80 e ’90 per eterno spirito fanciullesco, inizio più seriamente a interessarmi all’approfondimento complesso della Settima Arte grazie agli studi universitari, che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in Forme e Tecniche dello Spettacolo. Amante dei viaggi, di Internet, delle “nuvole parlanti” e delle arti – in particolare quelle visuali – dopo aver collaborato con la testata online Cinecorriere, nel 2013 approdo a SeeSound.it, nel 2015 a WildItaly.net e nel 2016 a 361magazine.com, portando contemporaneamente avanti esperienze lavorative nell’ambito della comunicazione. CAPOSERVIZIO CULTURA


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