Fini: dottor Jekyll o mister Hyde?

Il discorso a Bastia Umbra.

L’introduzione del discorso di Fini è toccata a Luca Barbareschi volto televisivo e attore molto noto che ha letto con enfasi il manifesto del partito, una sorta di preludio e di riassunto dei temi poi toccati e approfonditi dal Presidente della Camera.

Con voce vibrante Barbareschi ha esordito così: “Noi amiamo l’Italia e la vogliamo orgogliosa e consapevole, unita nelle sue differenze, civile e generosa. Tollerante ed accogliente. Vogliamo una nazione di cittadini liberi che credano nell’etica della responsabilità.”

Poi ha continuato per alcuni minuti dicendo: “Vogliamo un’Italia senza clientele. Intransigente. Contro la corruzione, contro tutte le mafie. Aperta nel mercato della concorrenza. Vogliamo un’Italia del merito senza privilegi, caste, rendita di posizione. Dove tutti abbiano uguale opportunità e vengano premiati i più capaci. Vogliamo un’Italia solidale attenta ai più deboli che favorisca associazionismo e volontariato. Vogliamo un’Italia rispettosa della dignità della persona. Vogliamo un’Italia che valorizzi l’ambiente e il paesaggio, le bellezze naturali, le sue bellezze culturali e storiche.

Vogliamo un’Italia che rimetta in moto lo sviluppo economico. Un’Italia che produca più ricchezza e garantisca una maggiore qualità della vita. Vogliamo un’Italia che investa nella cultura, nella formazione, nella ricerca, nella scuola, nell’università. Vogliamo un’Italia severa contro chi viola le leggi, con un fisco equo, sanzioni per l’abusivismo,l’evasione fiscale. Un’Italia che combatte parassiti e furbi e premia la dignità del lavoro. Un’Italia in cui la politica non sia solo scontro e propaganda ma si ispiri a programmi per garantire l’interesse nazionale. Un’Italia di Futuro e libertà”. Poi applausi applausi e ancora applausi come foche monache allo zoo all’ora di pranzo.

Bellissime parole, ovviamente, ma purtroppo prive di fondamento. Parole usate da tutti, buoni propositi sbiaditi sulla carta della volontà politica. Iniezioni di falso ottimismo. Promesse che non si sono mai mantenute, perpetrate con enfasi per rimandare un’immagine della politica che non sia pari a quella di un poveraccio dalle scarpe rotte ma a quella di un uomo nuovo ben vestito e distinto, un marziano in tait arrivato or ora sulla scena pronto a sposare la patria Italia sedotta e abbandonata da una casta di politici sbandati di cui non fanno parte. Tante le contraddizioni in questo manifesto, che nelle prossime righe verranno enumerate; d’altronde lo stesso Fini, che tra un pò vedremo nei panni di abile stratega, non si può dire coerente con una rotta politica stabile e concreta.

Nel manifesto, Barbareschi e chi lo ha scritto, credendo di imbambolare gli Italiani hanno omesso la responsabilità politica, la propria presenza e il loro appoggio allo scudo fiscale, ai ripetuti condoni per sanare gli abusivismi edilizi e non, fatti nei decenni passati. Alla loro presenza in governi intolleranti segnati da leggi come la Bossi-Fini che ha destato perplessità persino ad Amnesty International sul diritto di asilo agli immigrati e tutto ciò che ne consegue, o la Fini-Giovanardi che regola le sanzioni per chi spaccia, produce e consuma droga, in barba al referendum del ’93 che regola la non punibilità del consumatore, e dulcis in fundo l’equiparazione tra droghe pesanti e leggere. Facendo come si suol dire “di tutta l’erba un fascio”.

Dopo scroscianti applausi dei presenti per la presentazione più che fiabesca del buon Barbareschi ecco il discorso che tutti aspettavano. In diretta Sky parla Gianfranco Fini.

Comincia subito rampante e fiero, si compiace e si complimenta con quelli che qualche settimana prima venivano considerati 4 gatti allo sbaraglio, per aver portato questo “nuovo partito” , Fli, ad essere determinante nello scenario politico per le sorti del governo e soprattutto per l’avvenire dell’Italia. Sottolinea con orgoglio la riuscita della costruzione del partito, insistendo sulla molla che ne ha determinato la nascita e sul coraggio degli artefici, i sostenitori.

Fli” – ha detto – “è un piccolo grande miracolo”, cercando di sviare sul fatto che è nato dalle ceneri di Alleanza Nazionale, e ancor più debole.

Fli – continua – “è nato da un progetto di ideale da anteporre ad un tornaconto personale“.

Riflessione: ma Fli non è nato perché nel governo Fini e i suoi avevano poca voce in capitolo e poche poltrone da cui esercitare potere?

Terminando questa parentesi iniziale Fini aggiunge: “voi siete qui per una certa idea dell’Italia, non per fedeltà ad una persona”. Infatti sul simbolo di Futuro e Libertà non c’è scritto in grande Fini e per mesi non si è parlato della lista dei fedelissimi di Fini che dovevano abbandonare il Pdl.

Il presidente continua il suo discorso poi facendo delle allusioni alla monarchia Berlusconiana dicendo: “Nessuno vi dirà mai di cantare meno male che Fini c’è!”, perché gli uomini passano ma le idee restano. Da qui la spiegazione del nome sul simbolo, Fini non più un nome ma un’idea!

Poi cercando di spiegare l’uscita dal PDL dice: “si è trattato di una corale presa di responsabilità e della voglia di tornare artefici del nostro destino”. “In Italia – continua – c’era la nostalgia di una politica diversa, pulita, fatta in nome di valori e di ideali!”. Ogni commento credo sia superfluo, basta ricordare solo frasi celebri come “siamo alle comiche finali, AN non entrerà mai nel Pdl”; ma anche “ io con Bossi non ci berrei neanche un caffè al bar”, per rendere l’idea del soggetto che parla di valori.

Poi alcuni minuti per i ringraziamenti ad associazioni che servono sempre, politici di una certa destra e ai politici confluiti dal partito riformista, dal partito popolare e altri ai quali Fini apre le porte in nome dello spirito iniziale che ha contraddistinto la costruzione del Pdl, ovvero la sintesi tra le diverse culture politiche. Per chi non avesse ancora capito, questa è una classica manovra per aumentare il bacino di voti a cui attingere.

Porte aperte a tutti esclusi affaristi e carrieristi dice.

Siamo una novità! E infatti continua dicendo: vogliamo incarnare i valori autentici del centrodestra… collegandoli con quelli del centrodestra europeo e mettere il moderatismo come punto di riferimento.

A metà dell’estenuante discorso Fini elenca i capisaldi dei valori di Fli – non bastava Barbareschi nell’introduzione – e comincia:

L’idea di nazione, inteso come senso di appartenenza  ad una comunità, legittimo orgoglio per la storia patria. (A quale storia patria si riferisce è un mistero)

Preoccupazione per l’immagine dell’Italia e dei nostri militari nel mondo. ( l’immagine è tutto oggi giorno!)

– La legalità, intesa come senso dello stato, considerazione di chi combatte la criminalità. La magistratura è garanzia di democrazia.

Fini si riscopre amante della Costituzione da buon uomo nuovo, denunciando che la legge deve essere uguale per tutti, che il lavoro deve essere il fulcro centrale su cui si deve basare la società.

Nello stesso tempo però strizza l’occhio al capitale, tenendolo “quieto”, come ama dire lui, tendendo la mano ad un’alleanza dello stesso con i lavoratori. Definisce poi la lotta di classe un’idiozia e si propone di trovare una sintesi tra capitale e lavoro.

– Ultimo valore citato è la famiglia. (Fini ovviamente fa a meno di dire che è divorziato e che da buon credente di Santa Romana Chiesa convive con la Tulliani).

Invoca una rivoluzione liberale, ma incarnando il moderatismo del partito popolare, una sorta di rivoluzione moderata, che non si capisce bene cosa sia. Si prefigge di cambiare il  volto della società ammodernando le istituzioni. (Alla soglia dei 60 anni).

Paragona il regime mediatico del governo a quello dei regimi del passato, e per la sua uscita dal Pdl cita il giornalista Battista che scrive di una defenestrazione dello stesso Fini dal Pdl, (manco fosse l’anarchico Pinelli), per aver dimostrato un coraggio ancor maggiore di quello mostrato fin’ora. Di quale coraggio parla non è noto.

L’Italia dice, non è il paese dei balocchi.

Elogia l’operato di Tremonti contestandone le modalità: i tagli lineari, troppo facili secondo lui, non consentono di sapere la rotta verso cui si deve andare.

Definisce la riforma della Gelmini sull’università valida.

Definisce il governo, TAMPONE.

Non crede fondata la protesta di Terzigno, anche se come detto nell’introduzione indirizzano la loro azione nella difesa e la valorizzazione dell’ambiente.

Sottolinea l’aumento delle disuguaglianze, accenna ad un impoverimento dei ceti più bassi ma ripiega prontamente sul ceto medio. Riscopre l’importanza del posto fisso da “buon compagno”.

Denuncia un decadimento morale della classe politica alla maniera di Berlinguer, definisce il governo come il governo del fare finta.

Parla di una “laicità positiva” che crede nell’importanza della religione e di Santa Romana Chiesa. Cita il Papa.

Parla di combattere l’afasia morale, con la quale andava a braccetto fino a qualche settimana fa. Dice che lo stato deve investire sul sapere, ma non accenna ai finanziamenti pubblici erogati a favore degli istituti privati, e come scordarlo, crede positiva la riforma dell’università della Gelmini.

Parla dell’intermediazione politica negli appalti pubblici e del malaffare, dice che non c’è bisogno dei giudici per scoprirlo. Come mai non ha mai denunciato nessuno pur sapendo queste cose?

Parla di meritocrazia e dice: “chi lavora di più e chi lavora meglio va pagato di più”. Peccato che non la pensasse così quando scese in piazza portando solidarietà ad alcuni professori al sit-in di protesta di fronte al Ministero definendosi d’accordo con la giusta protesta contro il concorso e la selezione meritocratica dei docenti. Il rifiuto evidente della selezione dei docenti più meritevoli e la conseguente assegnazione di un bonus di merito.

Fino parla di riforme criticando la mancata attuazione di quest’ultime, scordandosi evidentemente delle proprie responsabilità e della propria appartenenza e del suo gruppo alla coalizione più longeva che ha governato negli ultimi 20 anni.

Definisce la legge elettorale una vergogna antidemocratica. Peccato però che quando gli ha fatto comodo non c’ha pensato due volte a sostenerla e ad entrare nel Pdl.

Infine colpo di scena, invita Berlusconi a rassegnare le dimissioni e ad aprire una nuova stagione in cui si discuta l’agenda politica, un nuovo programma e la composizione del governo. Con una battuta Andreottiana poi liquida l’esecutivo: Il governo tira a campare per non tirare le cuoia.

Fli, conclude, vuole ridare alla politica una speranza. Sperare che i cittadini ci ricaschino un’altra volta.

GIOVANNI PARROTTA



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