Fondi comuni, tra quotazione in borsa e commissioni

La tanto agognata quotazione in borsa dei fondi comuni è ormai divenuta realtà, con beneficio per gli investitori e più in generale per il settore investimenti costretto a rivedere (in meglio) il suo modello di business.

Nel caso italiano i fondi comuni sono sempre stati distribuiti tramite gli sportelli bancari e le Società Rete di promotori e consulenti, attori di un business basato sulla diffusione dei prodotti di terzi e sui relativi incentivi erogati dalle società emittenti.

In sostanza, fino a poco tempo fa, la filiera era lunga e vedeva coinvolti i produttori dei fondi, i distributori e in ultimo, i risparmiatori.

Ora invece tale filiera si accorcia e consente ai risparmiatori di acquistare direttamente da un’unica piattaforma quote di fondi negoziabili sul mercato.

Fonte: nelportafoglio.com

Fonte: nelportafoglio.com

In questo modo si ha accesso a prodotti finanziaria spesso trascurati dalle grandi reti perché poco remunerativi e si può contare su una maggiore concorrenza e chiarezza sui costi.

Dal punto di vista commissionale, la quotazione potrebbe portare alla riduzione o all’azzeramento dei costi di ingresso nei fondi e, nel lungo periodo, tradursi in costi di gestione più bassi dei prodotti, dal momento che il collocamento non dovrà essere remunerato.

Un importante obiettivo quest’ultimo soprattutto se si considera che il peso delle commissioni può essere ingente.

Una recente indagine ha infatti riacceso i riflettori sulle cosiddette “fee di performance” (le commissioni legate all’andamento dei fondi) rilevando una violazione del regolamento di Banca d’Italia, secondo cui tali commissioni dovrebbero essere calcolate sulla base delle performance annuali e non mensili o trimestrali come accaduto in più occasioni.

Se un fondo perde ad esempio il 10% in un mese e recupera poi il 5% in quello successivo, il sottoscrittore dovrà pagare un premio al gestore anche se il fondo è ancora in rosso del 5% nell’arco dei due mesi considerati. Questo appunto per l’addebito delle fee di performance trimestrali e non annuali, dunque contro quanto disposto dalla normativa e a danno degli investitori.

Come evitare tali circostanze?

Informazione e istruzione. Posto che esistono appositi organi di vigilanza chiamati a intervenire in questi casi, una maggiore consapevolezza da parte degli investitori in materia finanziaria e la legittima pretesa di chiarezza in materia di costi, possono evitare spiacevoli sorprese.

Istituzioni pubbliche e private si stanno muovendo in favore di un’alfabetizzazione finanziaria, al momento estremamente debole in Italia, quantomeno per sensibilizzare i risparmiatori in tema di istruzione finanziaria e ai relativi accorgimenti a propria tutela.

Semplici guide in materia di investimenti, eBook per fornire ai risparmiatori indicazioni pratiche, articoli, tutorial stanno avendo una grande diffusione a beneficio dei risparmiatori e di un sistema che necessita di innovazione e, soprattutto, maggiore trasparenza.

(Fonte dell’immagine di copertina: scalpingonline.com)


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