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Freedom of information act all’italiana: la truffa sulla trasparenza

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Foto Fabio Cimaglia / LaPresse

Quando il consiglio dei ministri, lo scorso 20 gennaio, ha presentato i primi decreti legislativi della riforma della pubblica amministrazione, l’attenzione della stampa si è concentrata quasi esclusivamente sul licenziamento lampo dei fannulloni: poco è stato lo spazio dedicato agli altri provvedimenti approvati, in particolare a quello sulla trasparenza dei documenti della PA, nonostante la svolta che esso potrebbe imprimere al nostro rapporto con lo Stato. Prima di questo intervento, infatti, secondo le slide della conferenza stampa (si veda in particolare la settima), «molti dati e documenti dell’amministrazione non potevano essere conosciuti senza una motivazione»; con la sua entrata in vigore, invece, «ogni cittadino potrà richiedere all’amministrazione i dati e i documenti che vuole conoscere»: grazie a questa serie di norme, si sintetizzava celebrando l’ennesima rivoluzione renziana, «l’Italia diventa un Paese più trasparente».

Con il solito inglesismo, l’approvazione del decreto è stata vista come l’introduzione di un vero e proprio Freedom of Information Act (o Foia), ovvero di una serie di norme in grado di difendere il diritto di tutti i cittadini ad accedere ai documenti pubblici: per la prima volta, secondo i benpensanti, è stata approvata una legge in grado di far risalire l’Italia dalle retrovie delle graduatorie internazionali sulla corruzione e sulla trasparenza. Peccato però che il provvedimento – che attua la delega ricevuta dal parlamento con l’articolo 7, commi 1-2, della legge 124/2015 – nasconda soltanto l’ennesima truffa, che nulla a che a fare col sistema statunitense in vigore dal 1966, al quale invece si ispira solo a parole.

I PRO: I PRINCÌPI E L’ORGANIZZAZIONE.

L’esordio della legge (il cui testo è disponibile solo dall’11 febbraio, dopo tre settimane di bozze più o meno ufficiali, alla faccia della trasparenza…) è dei migliori. L’articolo 3 stabilisce infatti la tutela della «libertà di accesso di chiunque ai dati detenuti dalle pubbliche amministrazioni»: essa è garantita dall’«accesso civico» e dalla «pubblicazione di documenti, informazioni e dati concernenti l’organizzazione e l’attività» della PA e le «modalità per la loro realizzazione».

Fonte: gzoom.mapsgroup.it

Fonte: gzoom.mapsgroup.it

Con un’interpretazione finalmente ampia del concetto di «pubblica amministrazione», lo stesso articolo specifica che i cittadini potranno richiedere la documentazione anche di «autorità amministrative indipendenti di garanzia, vigilanza e regolazione», «enti pubblici economici, autorità portuali e ordini professionali» e «società in controllo pubblico» (escluse quelle quotate in borsa o da esse partecipate). Nello stesso ambito sono inserite inoltre «associazioni, fondazioni ed enti di diritto privato […], la cui attività sia finanziata in modo maggioritario da pubbliche amministrazioni o in cui la totalità o la maggioranza dei titolari dell’organo d’amministrazione o di indirizzo sia designata da pubbliche amministrazioni». Tra questi enti sono compresi infine anche quelli che «esercitano funzioni amministrative, attività di produzione di beni e servizi a favore delle amministrazioni pubbliche o di gestione di servizi pubblici o nei quali sono riconosciuti alle pubbliche amministrazioni poteri di nomina di componenti degli organi di governo».

In parole povere, il decreto consente di richiedere, senza alcuna motivazione specifica, l’insieme di informazioni che riguardano tutte le organizzazioni che si rapportano in modo più o meno diretto con lo Stato, come gli stipendi dei dirigenti pubblici e dei politici (articolo 13), quelli dei rappresentanti del governo, delle società controllate e partecipate dallo Stato e quelli dei consulenti chiamati in causa dalla pubblica amministrazione (articolo 14), oltre che tutta la documentazione relativa alle gare di appalto (articolo 31).

Altro punto di merito della legge è l’individuazione, con l’articolo 4, di una struttura responsabile dell’individuazione dei dati che dovranno essere resi accessibili, ovvero l’Autorità nazionale anticorruzione guidata da Raffaele Cantone, che avrà il compito di intervenire sulle singole amministrazioni per far applicare il Piano nazionale anticorruzione (articolo 41). Il decreto così chiarisce una volta per tutte lo stretto legame tra l’opacità delle procedure pubbliche e lo sviluppo del malaffare di Stato, come certifica anche l’articolo 5, che stabilisce il potenziamento del sito soldipubblici e delle pagine «Amministrazione trasparente» create all’interno di ogni sito istituzionale.

I CONTRO: IL SILENZIO-DINIEGO E I LIMITI ALL’ACCESSO.

Fonte: lavoroefinanza.soldionline.it

Fonte: lavoroefinanza.soldionline.it

I pro, purtroppo, si fermano qui. Le associazioni che da anni si sono mobilitate per chiedere un intervento della politica sul tema trasparenza, come Riparte il futuro e Foia4Italy.it, hanno infatti avuto gioco facile a mettere in risalto i limiti profondi del decreto legislativo, che emergono in particolare dall’articolo 6.

Il suo primo comma evidenzia la farraginosità del procedimento che dovrebbe portare all’accesso dei dati. Esso richiederà al cittadino un rimborso – non precisato – dei costi sostenuti dall’amministrazione (punto 2). Gli enti che ricevono la domanda sono inoltre tenuti a informare anche eventuali soggetti controinteressati, che hanno facoltà di opporsi alla concessione delle informazioni (punto 3). La risposta infine deve pervenire entro 30 giorni: dopo questo periodo, il silenzio dell’ente corrisponde a un diniego, che non richiede di essere documentato (punto 4). Contro il respingimento dell’istanza si può ovviamente ricorrere, ma solo tramite il TAR, ovvero seguendo le interminabili procedure della giustizia ordinaria e facendosi carico di tutti i costi a esse connessi, calcolabili in almeno 500 euro, da unire ovviamente alla parcella dell’avvocato (punti 5-6).

A queste prime criticità si sommano quelle del secondo comma del medesimo articolo 6, dedicato ai «limiti relativi alla tutela di interessi pubblici e privati giuridicamente rilevanti». Il suo primo punto nega la possibilità di ottenere la documentazione che potrebbe riguardare la «sicurezza pubblica» e quella «nazionale», «la difesa e le questioni militari», «le relazioni internazionali», «la politica e la stabilità finanziaria ed economica dello Stato», «la conduzione di indagini sui reati e il loro perseguimento», «il regolare svolgimento di attività ispettive» e «il segreto di Stato», oltre ovviamente agli «altri divieti di accesso o divulgazione previsti dalla legge». Il secondo punto consente di respingere la richiesta di accesso agli atti per la tutela della «protezione di dati personali», della «libertà e [del]la segretezza della corrispondenza» e degli «interessi economici e commerciali di una persona fisica e giuridica, ivi compresi la proprietà intellettuale, il diritto d’autore e i segreti commerciali».

L’INADEGUATEZZA DELLE NORME: ALCUNI ESEMPI.

Fonte: www.businessonline.it

Fonte: www.businessonline.it

Combinata con il primo comma, questa serie di limiti rende nei fatti quasi impossibile ottenere qualsiasi documentazione: alla complicatezza della procedura che soggiace all’eventuale ottenimento di una risposta, si somma la genericità con cui le eccezioni sono state esposte. Gli esempi a questo riguardo si sprecano. Scrive Peter Gomez su Il Fatto Quotidiano: «Volete sapere su quali carte si sono basate le delibere di una giunta il cui sindaco è finito in galera? Purtroppo c’è un’inchiesta in corso. Vorreste conoscere tutto sugli scontrini di un consigliere regionale? Niente da fare, c’è la privacy. Vi interessano i derivati del vostro comune? Lasciate perdere, mica si può ledere la stabilità finanziaria italiana. E quella speculazione edilizia? A far troppa luce si rischia di incappare in interessi economici». Nella pratica, le eccezioni dimostrano come l’articolo 6 svuoti l’intero decreto legislativo che, del resto, lo ricordiamo, non richiede alcuna motivazione per il diniego. Questo, ovviamente, sempre per favorire la trasparenza, s’intende.

L’ULTIMA SPERANZA: IL CONFLITTO COL PARLAMENTO.

A tutto ciò si aggiunge la mancata previsione di sanzioni effettive per le amministrazioni che, al termine di un regolare processo di fronte al TAR, saranno riconosciute colpevoli di aver negato illegittimamente la documentazione al cittadino richiedente. Integrando il decreto legislativo 33/2013, gli articoli 36 e 38 stabiliscono che chi ostacola la trasparenza può essere perseguito soltanto con un procedimento disciplinare che potrebbe macchiarne il curriculum, con un processo per danni d’immagine, con una limitazione dello stipendio o con una multa che potrebbe andare dai 500 ai 10.000 euro.

Nel loro insieme, tutti questi aspetti ci mettono di fronte all’ennesima occasione persa: come previsto dalla giurisprudenza, il decreto legislativo del governo sarà oggetto di valutazione da parte delle commissioni parlamentari competenti, ma il loro parere, anche se negativo, non imporrà all’esecutivo di rivederne il testo. Nonostante questo, tuttavia, uno spiraglio resta aperto: la delega con cui il parlamento ha incaricato il governo di disciplinare la materia imponeva di prevedere sia «sanzioni a carico delle amministrazioni che non ottemperano alle disposizioni normative in materia di accesso» sia «procedure di ricorso» coinvolgenti l’Autorità nazionale anticorruzione, aspetti entrambi assenti nel decreto. In questo senso è auspicabile un conflitto tra il potere legislativo e quello esecutivo: la speranza è che, ai parlamentari che già si sono fatti sentire, con un sussulto di dignità se ne aggiungano altri che, chiedendo il rispetto delle linee guida stabilite dalle camere, possano bloccare l’abuso del governo per evitare ai cittadini l’ennesima presa per i fondelli. Questa sì, a una lettura del decreto, davvero trasparente.

 

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About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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