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Gemini Man, un doppio Will Smith in un viaggio alla ricerca di sé stesso

Diretto da Ang Lee, Gemini Man è un racconto sulla ricerca di sé e sul saper affrontare i propri fantasmi, con protagonista un doppio Will Smith

 

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Che Ang Lee sia uno dei registi più influenti della sua generazione è cosa risaputa, sin dai tempi di Ragione e sentimento (1995) e Vita di Pi (2012)  passando per La tigre e il dragone (2000) e I segreti di Brokeback Mountain (2005) – ha dato un’impronta chiara al suo cinema, fatto di sentimenti nobili e personaggi vittima di tormenti interiori; è così anche per Gemini Man (2019), che pur non presentando la stessa profondità di scrittura delle sopracitate pellicole, si rivela un progetto cinematografico interessante– specie a livello tecnico – seppur con qualche sbavatura di troppo.

Con Gemini Man, accolto molto freddamente dalla critica mondiale, Ang Lee porta in scena un conflitto interiore – e al contempo esteriore – di un uomo, inserendolo in una cornice fantascientifica, un po’ come accaduto con il precedente “pericoloso” di Hulk (2003) – con cui condivide molti punti in comune.

La pellicola di Lee è tratta da un’idea di Darren Lemke, che nel 1997 era in trattative avanzate con la Walt Disney Pictures, con Tony Scott alla regia – salvo poi rinunciarvi per il lento sviluppo della tecnologia necessaria.

Gemini Man con protagonisti un “doppio” Will Smith nei panni della versione matura e giovane del personaggio principale, Mary Elizabeth Winstead, Benedict Wong e Clive Owen, racconta di Henry Brogan (Will Smith), un assassino del governo che cerca di abbandonare la sua carriera, si ritrova a confrontarsi con un clone più giovane di se stesso di nome Junior (Will Smith), che è in grado di prevedere ogni sua mossa.

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Senza altra scelta, Henry deve scoprire la verità dietro la creazione di Junior e salvarlo dallo stesso oscuro percorso che ha fatto, il tutto mentre combatte contro un sistema corrotto guidato dal suo ex capo Clay Varris (Clive Owen), che è deciso a ritirarlo a tutti i costi.

Un conflitto dalla duplice valenza scenica

Il conflitto alla base di Gemini Man è quello dell’Henry Brogan di Smith, un cecchino (non più) infallibile e stanco, vittima delle proprie paure, delle allergie, dei propri fantasmi, che dopo 72 uccisioni confermate decide di ritirarsi, perché “non sente più il colpo“.

Un personaggio simile, con uno script che gli antepone la sua versione giovane – Junior – permette a Lee di far trasparire il conflitto interiore di Henry Brogan, in un suo doppione fresco, senza paura, e incapace di provare rimorso, traslandolo così sulla scena, tra sequenze action mozzafiato – specie la scena madre ambientata a Cartagena.

Gemini Man infatti, pur presentando uno script semplicistico dall’andamento zoppicante e fin troppo prevedibile, riesce a portare in scena una forte tematica esistenzialista come la riflessione dell’uomo nel tramonto della sua vita, in una cornice fantascientifica di indubbio valore scenico e dal ritmo forsennato.

Il cinema della clonazione e dell’altro 

Il conflitto portato in scena da Lee diventa anche espediente per trattare le componenti etiche della clonazione e delle pratiche genetiste – come sottolineato dallo stesso Brogan che si chiede perché mai con una tecnologia simile dovrebbe essere clonato uno come lui e non un Einstein, o un Mozart.

La riflessione che ne deriva – seppur facilmente calcolabile – è quella di come una tecnica simile non possa che essere un utile strumento bellico; basti pensare al fatto che quello che oggi noi chiamiamo Internet, venne ideato alla fine degli anni Sessanta, come strumento di comunicazione tra le basi militari USA – meglio noto come Arpanet.

L’espediente risulta già ben noto nel cinema fantascientifico, come ricordatoci da Alien: la clonazione (1997) diretto da Jean-Pierre Jeunet, o in Gattaca – la porta dell’universo (1997) diretto da Andrew Niccol (in odore proprio del Gemini Man della Disney) – seppur dall’accezione radicalmente diversa.

Se ci muoviamo, tuttavia, nel campo dell’altro e della creazione di una versione nuova di noi stessi, di una nuova identità con cui riflettere sul passato o scoprire parti inesplorate del nostro io.

Gemini Man tratta in chiave fantascientifica tematiche ampiamente affrontate da alcuni dei più grandi capolavori della storia del cinema; da Persona (1966) diretto da Ingmar Bergman, passando a Professione: Reporter (1975) diretto da Michelangelo Antonioni, sino a Fight Club (1999) diretto da David Fincher, e in minor misura Looper (2013) diretto da Rian Johnson e Swiss Army Men (2016) diretto da Dan Kwan.

Un nuovo Hulk con una tecnologia migliore

 

Gemini Man non è nemmeno la prima occasione in cui Ang Lee si avventura nel terreno irto e spinoso della fantascienza, lo fece nel 2003 con il sopracitato Hulk, con Eric Bana, Jennifer Connelly e Nick Nolte e il risultato divise nettamente critica e pubblico. Chi gridava al capolavoro, e chi al film malriuscito – la verità (forse) sta nel mezzo, ovvero che Hulk fosse dotato di uno script solido capace di gestire al meglio i conflitti scenici, ma che peccasse troppo nella gestione della componente action (del tutto inesistente).

In Gemini Man accade esattamente l’opposto; una fortissima componente action valorizzata da una neonata tecnologia 3D mozzafiato, ma una gestione dei conflitti quasi inesistente – dove il villain di turno e le sue azioni diventano quasi un MacGuffin fisico, con cui portare in scena la traslazione esterna del conflitto interno del Brogan di Smith.

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Una pellicola malriuscita ma con buoni momenti

Di Gemini Man vi diranno che è l’ennesimo buco nell’acqua di un regista che ha dato il meglio tra gli anni Novanta e Duemila, che di film action mozzafiato ormai se ne girano una ventina l’anno e che forse sarebbe meglio dedicare le proprie attenzioni cinefile ad altro.

Quasi nessuno vi dirà però, che la pellicola di Ang Lee, resa da una regia con il cambio automatico volto a valorizzare gli ambienti resi grandi dalla neonata tecnologia 3D a 60 fps, ha un’anima, una precisa identità e – nel suo incedere semplicistico – riesce nell’intento di intrattenere e divertire il pubblico.

 

Gemini Man verrà rilasciato nelle sale cinematografiche il 10 ottobre 2019, da una distribuzione Paramount Pictures

 

 

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About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: studiare cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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