Genova: la giustizia fuori dai tribunali.

Quando la legge non è uguale per tutti. Alberto 10 anni, Marina 12 anni e 3 mesi, Ines 6 anni e 6 mesi, Francesco 15 anni, Vincenzo 13 anni. Tutti loro condannati per saccheggio e distruzione per aver rotto delle vetrine delle banche e saccheggiato supermercati a Genova. A inizio Giugno è arrivata la sentenza della Corte di Cassazione per i fatti della Diaz: 63 feriti molti in condizioni gravi e 93 persone rimaste per tre giorni in carcere senza poter comunicare con l’esterno.

Tra i condannati troviamo chi ha firmato i verbali per giustificare il blitz, denunciando accoltellamento di agente e detenzione bombe molotov (tutto falso ovviamente): Francesco Gratteri (capo dell’Anticrimine, 4 anni), Gilberto Caldarozzi (capo del Servizio centrale operativo, 3 anni e 8 mesi) e Giovanni Luperi(capo del dipartimento analisi all’Agenzia informazioni e sicurezza interna, 4 anni). Tre anni e otto mesi anche per molti agenti. Per i funzionari scatta la sospensione del servizio e l’interdizione dai pubblici uffici. Le accuse per lesioni sono prescritte. 

Le pene sembrano sbilanciate ed è quello che denuncia gran parte dell’opinione pubblica. A questo proposito vi consiglio di seguire la battaglia che sta portando avanti la comunità 10×100 (www.10×100.it). La tragedia italiana di Genova2001 non è finita, ed ora la questione riguarda il Diritto, lo Stato, la Resistenza e i Cittadini; il modo in cui lo Stato usi il Diritto per scoraggiare e punire magistralmente ogni tentativo di Resistenza del Cittadino. Una condanna di 10 anni per aver rotto una vetrina suona molto come: “prendine uno per educarne cento“. Lo sguardo gelido della legge guarda dritto negli occhi, rossi dai lacrimogeni, di tutti coloro che erano che saranno e che sono in qualsiasi Genova d’Italia.

In quale sistema giudiziario fracassare la testa a dei giovani disarmati che riposavano in una scuola (perchè la verità adesso è questa, non sussiste più la storia delle molotov), accusandoli – mentendo – di possedere molotov e di aver accoltellato un agente, è meno grave di aver rotto delle vetrine delle banche? Con una macabra ironia mi verrebbe da pensare che una banca vale di più della vita di una persona. Purtroppo da noi è in vigore ancora un codice penale fascista, il codice Rocco (1930) che prevede pene più severe per la distruzione di proprietà piuttosto che per chi distrugge vite umane. Ma non è solo questo il lato fascista della faccenda. 

Credo sia palese la sproporzione del rapporto tra crimine e pena, tra aver rotto la vetrina di una banca ed essere condannati a 10 anni. Michel Foucault in Gli Anormali, parla proprio del rapporto tra crimine e pena nel diritto classico, precedente alla società borghese. Nel diritto classico il crimine non era soltanto un danno volontario fatto ad altri, il crimine era crimine contro il sovrano, attaccava la forza e il corpo del sovrano. “In ogni piccolo crimine vi era un frammento di regicidio”. In questo sistema la punizione, ovviamente, non era solamente un riparazione dei danni, era la vendetta del sovrano, la sua ripresa, la sua rivincita, la dimostrazione che comunque la forza maggiore era la sua.

Vi era una rivalità tra sovrano e criminale ed è per questo che la pena doveva essere atroce, doveva terrorizzare, bisognava terrorizzare il popolo sul patibolo per manifestare tutta la potenza del sovrano e per intimidire ogni crimine futuro. Per quanto enorme potesse essere un crimine vi era sempre un potere in più. Questo tipo di diritto è stato sostituito nel XVIII secolo con la misura, l’equità (teorica) tra delitto e pena della società borghese industrializzata e tecnica, ma nella storia dell’occidente quel piccolo meccanismo dell’atrocità è sempre tornato, soprattutto in stato di guerra e di regime, tanto che il codice Rocco è stato istituito in epoca fascista.

Questo sistema di diritto ci pone di fronte a due questioni e questa condanna crea un grosso e grave precedente. La prima questione è che la violenza sulle cose è sempre dei manifestanti, quella sulle persone è dei poliziotti. Sembrerebbe applicarsi ad hoc una legge che non è uguale per tutti e che è sempre dalla parte dello Stato e mai dei cittadini (niente di nuovo direte voi).

La seconda questione è però più importante. Andiamo a monte, non chiediamoci che tipo di diritto permette che ingiustizie come questa possano accadere, chiediamoci che tipo di Stato applica ed è retto da questo tipo di diritto e mettiamo un punto interrogativo alla mia prima frase: quando la legge non è uguale per tutti? Uno Stato in cui qualsiasi cittadino deve sentirsi minacciato, dove l’azione di macellare dei ragazzi è solamente un’estremizzazione delle regole di polizia e in questa stortura va punita, ma dove trovarsi in una manifestazione che dovrebbe spettarti di Diritto ti fa rischiare dieci anni di galera. Ogni cittadino è già svantaggiato, Alberto, Marina, Ines, Francesco e Vincenzo potevamo essere noi, non lasciamoli soli: seguite 10×100 e tutte le loro iniziative.

ANDREA NALE 

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