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L’Europa al bivio: cambiare o morire. Giovani, sveglia!

Un’ Europa a due velocità, con passi verso una ulteriore integrazione che riguardino solo alcuni paesi. E’ questa l’ultima idea lanciata nel vertice di Malta da Angela Merkel, e già criticata da Mario Draghi, per salvare la costruzione, mai così debole negli ultimi 25 anni, dell’Unione Europea.

L’ Europa oggi è vista come un’organizzazione di burocrati autoritari che si aggirano tra i palazzi di Bruxelles e Strasburgo imponendo parametri economici che impediscono gli investimenti e bloccando l’autonomia decisionale degli stati.

Sovranismo è la parola chiave diffusa in una sempre più larga fetta dell’opinione pubblica: ritorno alla sovranità come controllo delle proprie frontiere e delle monete nazionali, per impedire l’afflusso incontrollato di immigrati e per essere liberi di organizzare la propria economia. Questo atteggiamento è inevitabilmente connesso al neo-nazionalismo con caratteri razzisti dei vari partiti euroscettici o eurocritici che affollano il continente: dal Front National di Marine Le Pen a Unione Civica Ungherese di Victor Orban, dalla Lega Nord di Matteo Salvini a AFD di Bernd Lucke (senza dimenticare i loro colleghi danesi, austriaci, polacchi e olandesi).

Identità e libertà nazionale prima di tutto, insomma. La quantità di uomini e donne che si volge a tale schema e sembra tornare al clima che precedette tra 800 e 900 le due guerre mondiali è spaventoso. Ma ancora più spaventosa è l’inerzia dei giovani. E’ a loro, ai miei coetanei che voglio rivolgermi, dicendogli: sveglia!

I giovani sono quelli della generazione Erasmus, dell’inglese come lingua comune di videogiochi e telefilm, dell’Interrail tra le capitali del continente: quelli che l’identità europea la vivono e assumono quasi come un dato di fatto. Eppure i miei coetanei sono gli stessi che in occasione della Brexit si sono per lo più disinteressati del voto (si sono espressi il 36% degli inglesi nella fascia 18-24 anni).

Perché molti giovani se ne fregano della politica, non capendo che se non si fanno sentire gli ruberanno il futuro, nel senso peggiore del termine. Ricordo che dopo Brexit alcuni amici mi chiesero: “E ora?”. Io risposi: “Ora c’è bisogno di più Europa ”. Mi ignorarono. Era quello che dicevano i giornali d’establishment, i radical chic.

Con questo menefreghismo i nazionalismi reazionari risorgeranno, magari farciti dei tanti webeti e leoni da tastiera. Sarà probabilmente una forma inedita, ma sappiamo bene cosa è accaduto l’ultima volta: milioni di morti, pogrom, Shoah, assenza di libertà di pensiero e parola.

Ma i padroni del destino europeo, coloro che dovranno abitare per più tempo il continente sono proprio i giovani e questi, a partire dalla loro fresca base culturale, devono lottare affinché questa storia non si realizzi.

Dunque tocca a noi rilanciare l’idea di Europa! L’ Europa è in realtà da secoli una unità morale e non solo un termine geografico. E’ una condivisione di principi e valori etico-giuridici di civiltà e democrazia, che nasce da una storia comune tra mille etnie diverse e che si fonda proprio sull’ibridazione e il confronto politico e culturale. Non esiste una pura etnia europea, una atavica identità bianca cristiana, perché fin dal Neolitico il continente è stato un crocevia di popoli. Ad unire tutti gli europei, quindi, è semmai una generale forma mentis, una certa modalità di vivere e di stare assieme in una società aperta e libera, che si declina nello specifico in centinaia di tradizioni distinte.

Insieme abbiamo conosciuto la cultura greco-romana, il Rinascimento, l’Illuminismo, il Romanticismo e le radici dell’uno non sono narrabili senza quelle dell’altro. Ora dobbiamo riaffermare quel sentimento comune che portò alcuni politici illuminati dopo la Seconda Guerra Mondiale a promuovere una concretizzazione politico-economica di tale unità. Lo fecero per fermare le divisioni che proprio il nazionalismo fascista aveva creato portando alla devastazione. Hanno garantito 60 anni di pace, creando prosperità.

L’Unione, però, non ha saputo affrontare la crisi economica del 2008 rispondendo con l’Austerity e la stabilizzazione della fiducia dei mercati. Ha sbagliato e la povertà diffusa lo dimostra, ma era anche limitata.

Se vogliamo oggi una U.E. che parli meno di vincoli e più di valori dobbiamo iniziare a progettare dal basso una visione comune e a spingere per una finale integrazione politica che ci renda tutti democraticamente artefici del futuro. Altrimenti nel migliore dei casi ogni Stato europeo sarà ridotto di qui a poco tempo ad una nullità nel contesto della globalizzazione economica e nessuno di essi parteciperà più al G8, senza il potere di contare alcunché nello scenario internazionale.

Insomma è stato un errore pensare che bastasse unire per portare il progresso, bisogna riaffermare la coscienza europea e contemporaneamente costruire una politica estera e immigratoria comune, per poi discutere di politica fiscale e gestione dei debiti. Quindi giovani d’Europa, sveglia: solo con un forte movimento di opinione si può spingere l’Unione a cambiare, divenendo più progressista e sociale e garantendo ancora pace e maggior benessere.

Lottare per la difesa dell’idea di Europa contro i sovranismi e fare in modo che si creino spazi di manifestazione e discussione transnazionali per una U.E. più forte e giusta, votata e legittimata democraticamente. Potrebbe essere l’ultima chance prima della fine.

ENGLISH VERSION (EDITORIALE TRADOTTO IN INGLESE)

 

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Nato a Roma nel 1995, dopo aver conseguito la maturità scientifica, frequenta attualmente il corso di laurea triennale in Filosofia presso l'Università degli Studi Roma 3. Persona curiosa ed interessata, gestisce un blog: http://ilblogdelleidee.wordpress.com/ . CAPOSERVIZIO CRONACA


'L’Europa al bivio: cambiare o morire. Giovani, sveglia!' have 1 comment

  1. 7 febbraio 2017 @ 5:34 pm GianPaolo

    Concordo che l’Unione Europea debba svilupparsi ed incrementare la coesione e, almeno, restare quella che è in termini numerici fino ad una maggiore integrazione MA: maggiori controlli sugli arrivi indiscriminati dai paesi extraeuropei devono essere applicati e fatti rispettare. In caso contrario la frammentazione in atto non potrà essere bloccata, Brexit docet!


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