Goodbye Mr K.

Negli anni settanta c’erano tre K: Kellog, Krusciov e Kossiga. I primi due tali per anagrafe, il terzo per fama. Si leggeva “Kossiga morte”, firmato da una bella croce celtica, e “Kossiga Boia” lasciato da gruppi comunisti.

Insieme a Ciampi ed Andreotti, ha collezionato un cursus honorum pressoché unico, scalando la vetta delle istituzioni politiche. Innamorato della sua terra e dei segreti della sua nazione, ha vissuto gli anni da Presidente emerito circondato di accuse, insinuazioni e sofisticate apparecchiature da spia. Un “hobby”, quello dei servizi segreti, che l’ha reso, insieme all’eterno Giulio, personificazione del mistero di stato.

Sono stato il più giovane Presidente della Repubblica. E devo tutto a una caduta in bicicletta da bambino: persi due mesi di scuola e mi dovetti ritirare per recuperare, studiando ho saltato le classi arrivando alla laurea a 19 anni e mezzo”. Una vita accelerata ricca di lodi e di odi, ombre scure, spesso macchiate di sangue e sabbia.

Il momento più duro: il rapimento Moro. La linea della durezza assunta dalle istituzioni, portò all’esecuzione dello statista democristiano. Lo stesso Cossiga si accuserà come responsabile morale. “Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto”.

Fin dalla fine degli anni ’50 era stato l’uomo di Gladio, ricoprendo il ruolo di sottosegretario alla difesa dei rapporti atlantici. Rivendicava di aver schierato missili contro l’URSS in piena guerra fredda e difendeva l’azione americana in Vietnam durante “accesi” dibattiti parlamentari. E’ anche colui che sdoganò il comunismo in Italia, portando un ex comunista, D’Alema, a Palazzo Chigi.

Un democristiano, liberale e di sinistra. Una posizione politica complicata, segno di una certa lucidità ed onestà intellettuale.

Raccontava aneddoti Cossiga. Una volta lo chiamò Berlusconi e lo rimproverò offeso: ”Lei mi ha dato dell’anticristo”, rispose”Ma si tratta di una figura grandiosa della letteratura filosofica russa del XVIII secolo, un capolavoro di Solovev!”. Silvio rimase interdetto, e disse “Mi mandi il libro”.

Schietto, raffinato e pungente, picconatore per necessità. Negli ultimi anni del suo settennato come Primo Cittadino, si è trasformato da semplice notabile a protagonista della politica reale. “Ero incazzato come una belva e non potevo tacere.” Questa la spiegazione data.

L’enfant prodige della politica italiana s’è spento a 82 anni. Come niente ha dato (e detto) in vita, idem ha fatto da morto. Niente funerali di stato, manifestazioni faraoniche o streaming dalla chiesetta di turno. Solo quattro lettere, inviate alle principali cariche dello stato, in cui lascia un testamento morale e un augurio affinché Dio protegga l’Italia.

Sono state pubblicate le prime tre, indirizzate al Capo dello Stato, al Presidente del Senato ed a quello della Camera.L’ultima, ricevuta dal Presidente del Consiglio, non sarà divulgata. La forza dell’abitudine.

MARCELLO FADDA



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