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Governo Conte: fra finte minacce d’impeachment e crisi risolte. Forse

di Marco Bevilacqua *

Caro Direttore,

la settimana politica appena trascorsa merita molteplici osservazioni su cui riflettere. Siamo giunti – finalmente, aggiungerei – alla nomina di un governo politico, il governo Conte , formato per la maggioranza da politici a fronte dei due tecnici inseriti all’ultimo nella lista dei nominandi ministri. Questo risultato è però frutto di un percorso lungo e complesso di cui è bene ripercorrerne per punti salienti gli attimi essenziali.

Come da prassi costituzionale, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avviato, superati i tempi tecnici per le elezioni degli organi funzionali alle Camere, le consultazioni con tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, in quanto non vi era alcun partito che avrebbe potuto procedere autonomamente alla formazione di un governo.

Ad un primo giro di consultazioni nessuna delle forze politiche si è detta disposta a formare una coalizione con altra forza politica. Si è pervenuti al medesimo risultato all’esito di un secondo giro di consultazioni, nonché all’esito degli incarichi esplorativi affidati, dapprima, a Maria Elisabetta Alberti Casellati, Presidente del Senato della Repubblica, e immediatamente dopo a Roberto Fico, Presidente della Camera dei Deputati.

A venti giorni circa dalle elezioni del 4 marzo la situazione politica italiana sembrava bloccata in uno “stallo”. È in questi frangenti però che il Presidente della Repubblica gioca un ruolo fondamentale: in virtù del potere d’iniziativa attribuitogli dalla prassi costituzionale, il Capo dello Stato ha avvertito le forze politiche che, in mancanza di un accordo a fondamento di una coalizione volta alla formazione di un governo politico, avrebbe seguito la nomina di un governo c.d. tecnico (o del Presidente, in quanto le consultazioni vengono condotte su sua stessa iniziativa).

Ricordiamo tutti l’aspra campagna elettorale dei partiti populisti contro gli ultimi quattro governi tecnici e sull’onda di quanto detto fino al 4 marzo, i due partiti di maggioranza si sono trovati in un accordo pur di scongiurare l’eventualità dell’”ennesimo” governo tecnico. Accordo che è stato da loro stessi definito “contratto per il governo del cambiamento”.

Mi ha stupito verificare che nessun giurista si sia interrogato sulla validità di un contratto siffatto e pertanto proverò a porre qualche questione a cui non ho la superbia di dare risposte certe. Anzitutto, la legge stabilisce che il contratto ha forza di legge fra le parti. Però aggiunge anche che quel contratto acquista detta cogenza quando si rispettano le forme richieste dalla legge stessa. La domanda che sorge spontanea allora è la seguente: che norme si applicano ad una tipologia atipica di contratto come è quello di cui si tratta? Inoltre, se una delle parti, che dobbiamo presumere siano i partiti, viene meno a quanto concordato, innanzi a quale autorità giudiziaria è ammessa domanda di tutela? Esiste l’inadempimento “politico”?

All’esito della stesura del contratto, le due principali forze politiche si sono recate – come da prassi – al Quirinale per ulteriori consultazioni, indicando dei nomi a cui conferire l’incarico per la formazione del governo. Domenica 27 maggio è una data che ha segnato inevitabilmente la storia della Repubblica italiana. È ben noto cosa è, o cosa sembra sia accaduto. Il Presidente della Repubblica ha negato, in forza dell’art. 92, comma 2 della Costituzione la nomina di uno dei ministri indicati dall’incaricato Presidente del Consiglio, al quale non fu permesso dalle forze politiche di maggioranza di proseguire le consultazioni e pertanto dovette rimettere il mandato a formare il governo.

Detto articolo è sempre stato interpretato nel senso che il Presidente della Repubblica ha il potere di decisione finale. Costantino Mortati, autorevole costituzionalista, ha scritto che sarebbe addirittura auspicabile avere per ogni proposta di ministro una rosa di nomi così da consentire a chi nomina di effettuare la scelta definitiva. Questa interpretazione è poi avvalorata dalle modalità con cui si sono svolte le procedure di nomina dei ministri nel corso della storia repubblicana (ormai settantenne). Difatti più di una volta i presidenti della Repubblica sono intervenuti esercitando siffatto potere. Moltissimi esempi sono riportati nei diari di Maccanico, allora Segretario Generale del Quirinale, sulla presidenza Pertini.

Non solo il Presidente Mattarella ha rispettato la prassi costituzionale ora riportata ma la vicenda è accentuata dal fatto che si tratta di un’osservazione fatta dal Capo dello Stato rivolta esclusivamente nei confronti di un ministro. Tra le reazioni più aggressive ve n’è stata qualcuna che ha qualificato il potere, nel senso più ampio del termine, del Presidente della Repubblica come neutro. Ma come affermato dal Prof. Sabino Cassese, “potere neutro non vuol dire potere assente: se è un potere non può essere pari a zero”. La figura istituzionale del Presidente della Repubblica è stato individuata dai padri costituenti come un organo molto rilevante: è pacificamente riconosciuto come gestore delle crisi. Allora la questione di un eventuale applicazione dell’art. 90 Cost. non sussiste poiché si sono susseguite diverse, protratte ed ampie consultazioni nel corso di quest’empasse.

Un esempio a supporto di quanto sinora illustrato si può rinvenire fra i poteri attribuiti al Capo dello Stato dalla Costituzione. Il Presidente della Repubblica autorizza la presentazione dei disegni di legge del governo al parlamento. Si tratta un potere molto importante e rilevante perché condiziona l’azione di governo.

La questione inerente l’applicazione dell’art. 90 Cost., ovvero della messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, ritengo sia dettata dai nostri tempi elettrici e nervosi. È da dire altresì che l’articolo in questione parla di “messa in stato d’accusa per alto tradimento o attentato alla costituzione”. Si tratta di due reati ove il primo reato riguarda l’aver rivelato segreti di stato al “nemico”; mentre il secondo l’aver cambiato la forma di Stato o di governo.

L’iter è stato ampiamente rispettato, la procedura seguita fino in fondo e la democrazia è fatta di procedure. Il Presidente della Repubblica ha compiuto tutti gli sforzi possibili per contribuire alla formazione di un governo politico. Oltretutto con una pazienza che deve quantomeno essere apprezzata. Pazienza che, mi consenta caro Direttore, ci ha condotti a questo importante risultato. Oggi viene definitivamente consegnato all’Italia un governo politico a cui colgo l’occasione di augurare buon lavoro e che sia di buon auspicio per il futuro del nostro Paese.

* giurista


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