I Don't Feel at Home in This World Anymore

I Don’t Feel at Home in This World Anymore, un’umanità persa che non riesce più a migliorare

Macon Blair ci fa ambientare fin da subito. Gente maleducata, volgare, di un’umanità persa e senza speranza, che non rispetta le regole e tanto meno rispetta l’altro. Un mondo che troppo assomiglia a quello che quotidianamente viviamo. Un ambiente in cui ci si dimentica non solo di un implicito codice civile, ma di far cortese uso anche delle più basiche e banali buone maniere. Una realtà che sembra schiacciare, soffocare l’esistenza vuota della spaesata Ruth, la quale cercherà di districarsi in questa folle e molte volte crudele vita nel film I Don’t Feel at Home in This World Anymore.

L’incredulità e la reazione

I-Dont-Feel-at-Home-in-This-World-Anymore-Melanie-Lynskey-recensioneAssistente infermiera in una clinica post-operatoria, Ruth (Melanie Lynskey) prova nei confronti dell’universo circostante un moto di vera e propria incredulità. Sconvolta dalla bruttezza che sembra essersi sparsa a macchia d’olio nel mondo, ad aggiungere il carico all’animo inquieto della donna si aggiunge un furto avvenuto nella sua casa.

Sconsolata da quanto accaduto e dalla maniera disinteressata della polizia di occuparsi del caso, quando le si presenta l’occasione di fronteggiare i ladri che l’hanno derubata, Ruth decide di non tirarsi indietro. Accompagnata dal curioso vicino Tony (Elijah Wood), i due usciranno fortificati delle inaspettate e tragiche conseguenze della loro sconsiderata avventura.

Una donna contro l’ingordigia di un mondo sporco…

L’ingordigia dell’uomo ha fagocitato qualsiasi sentimento benevolo, qualsiasi azione posta per aiutare la condizione dell’altro e sostenerlo così in questa vita a volte ingrata. L’arroganza ha preso il posto della pazienza, l’egoismo il posto dell’altruismo. Tutti troppo impegnati a far valere i propri diritti da rimanere offuscati e obliare anche quelli degli altri. Una donna però ha deciso di ribellarsi. Ha smesso di sentirsi risucchiata da quel vortice irrefrenabile che sembra toglierle il fiato e ha deciso di affrontare il male che sta invadendo non solo l’intero mondo, ma la sua propria ordinarietà.

I-Dont-Feel-at-Home-in-This-World-Anymore-recensioneUn passaggio dall’universale al particolare. Dal pessimo assoluto all’ingiustizia provata entro le quattro mura della propria casa. I Don’t Feel at Home in This World Anymore è il film originale Netflix che ha trionfato al Sundance Film Festival 2017 e che, in base alle coordinate della piattaforma online, è stato poi rilasciato sul sito in tutti i paesi in cui il servizio è disponibile. Un enorme passo in avanti per il concetto di fruibilità cinematografica, che negli ultimi tempi sta riscuotendo sempre maggiore rilievo nel dibattito del cinema contemporaneo.

…e l’amaro dell’esistenza

E di contemporaneo nel film del regista e sceneggiatore dell’opera Macon Blair c’è tutto un contesto fatto di sporcizia collettiva, di insofferenza profonda per il sudiciume esteriore che invece di progredire implode su sé stesso inciampando nelle proprie malefatte. In un racconto di crescita personale, dove lo scopo dell’impresa non è soltanto imparare ad indossare un’armatura, ma fare in modo che si spalanchino gli occhi per il limite raggiunto.

L’amaro dell’esistenza non manca di presentarsi. Di sottolineare come, pur avendo affrontato e avendo creduto di aver sconfitto il marcio, quest’ultimo tornerà ancora una volta a toccarci. Consapevoli però questa volta che non saremo soli. Se questo mondo non sarà più la nostra casa, faremo in modo che lo diventi una persona.I-Dont-Feel-at-Home-in-This-World-Anymore-Elijah-Wood

I Don’t Feel at Home in This World Anymore, un messaggio che colpisce e rimane 

Con una scrittura smaliziata, lontana dal voler necessariamente far quadrare un’utopia falsa e che avrebbe come annullato il messaggio della pellicola – il quale brutale e asciutto colpisce allo stomaco lo spettatore I Don’t Feel at Home in This World Anymore mostra una libertà di realizzazione coraggiosa e funzionale.

Un’opera che ha mostrato le potenzialità delle produzioni originali Netflix, permettendo loro di conseguire un traguardo ammirevole. Esempio è il premio vinto all’acclamato Sundance Film Festival.

Un film che pur invisibilmente mutando rimane statico nella sua aggressiva visione dei fatti e che proprio per questo si rivela un ragionato punto di riflessione sul quale la società dovrebbe più volte tornare a pensare.

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About

Martina Barone è nata a Roma nel 1996. Appena diplomata al Liceo Classico Pilo Albertelli, è pronta a seguire all’università corsi inerenti al cinema e tutti i suoi più vari aspetti. Ama la settima arte in tutte le sue forme, la sua capacità di trasporti in luoghi lontani e diversi e di farti immergere in storie sempre nuove. Ama poterne parlare e poterne scrivere. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA


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