I Ministri

I Ministri, Divi: “Siamo una band politica perché vivere è fare politica”

I MinistriI Ministri sono una delle band più interessanti del panorama alternative del nostro paese. Arrivati al loro disco numero sei, la band si conferma come un progetto musicale solido e in grado di conquistare un nutrito gruppo di fans che, mai come questa volta, si sono fidati delle scelte artistiche del gruppo.

Fidatevi è il titolo del loro ultimo album: un lavoro tagliente e allo stesso tempo intimo e personale, in grado di coniugare il rock più ruvido a una vena testuale introspettiva e delicata; diciamo una sorta di ritorno alle origini con più maturità e con più consapevolezza.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Divi, voce e basso de I Ministri, che ha risposto alle nostre domande.

Come nasce Fidatevi e che cosa vi ha spinto a fare questa “richiesta”?

Diciamo che fidatevi  è un titolo che è emerso successivamente, non avevamo un’idea chiara di dove andare a parare.

Finito il tour scorso ci siamo rimessi a lavoro in studio e, addirittura, proprio il brano Fidatevi è venuto alla luce verso la fine. Riesaminando poi successivamente tutte le canzoni ci siamo accorti che ricorreva tantissimo questo tema, come se la musica ce lo stesse proprio offrendo.

A quel punto abbiamo iniziato a interrogarci sul fatto di dover affrontare questa tematica, che è molto interessante e che va a recuperare le logiche individuali, quelle delle promesse che devono essere mantenute o dei patti non scritti tra due persone o tra una persona e una realtà che sta al di fuori e non è una cosa così scontata potersi fidare di qualcuno, soprattutto di questi tempi.

Quindi qualche pezzo è venuto alla luce anche durante il tour precedente?

No, in realtà noi abbiamo sempre come regola non scritta quella di non sovrapporre mai la fase di song writing al tour. Possiamo dire che, appena è terminato il tour, è iniziata subito la lavorazione di questo nuovo disco.

E da qui anche la scomparsa dai canali social de I Ministri?

Esattamente, la definirei un’abitudine sbagliata quella di pensare che la musica debba esistere sempre. Noi abbiamo un mestiere che è quello della musica, però non è che un musicista debba necessariamente stare sempre sui social. Soprattutto mentre sei in fase creative.
Noi non siamo come altri progetti musicali che vivono più sui social che di musica reale, non è una cosa che ci interessa fare.

Avete parlato di “fidarsi, anche se è un salto nel vuoto”, la gente si sta fidando veramente? Che reazione hanno avuto i vostri fans?

Fonte: XL Repubblica

Ti dico che, per la prima volta, questo disco voleva molto svincolarsi dalle logiche e dalle ansie che potevano provenire dall’esterno, quindi non è stato un lavoro pensato in base a quelle che potevano essere le reazioni dei fans, è stato un disco che volevamo fare noi: ormai dopo dodici anni sappiamo che non siamo una band all’ultimo grido, ma siamo una band stabile e la stabilità vuol dire proprio investire su noi stessi. D’ora in avanti il vero investimento da qui in avanti sarà proprio in tema di credibilità e quindi vogliamo fare davvero qualcosa che sia valido.

Le reazioni dei fans bisogna saperle anche separare dal contesto. Quello che vediamo noi vis a vis è davvero molto caldo, è una risposta quasi inaspettata perché dal momento che noi apriamo il cuore con un disco davvero personale e intimo, i nostri fans si sono riconnessi davvero a questo flusso nuovo.

Dall’altro lato, parlando delle relazioni dei social network al nostro disco, diciamo che non sono un bel posto dove parlare di musica o dove, in generale, parlare di nulla e quindi lascia il tempo che trova un commento sulla nostra musica e non è nemmeno un commento che ci interessa sentire.

Molti si sono fidati e hanno preso i biglietti dei concerti a scatola chiusa, prima che uscisse il disco. Secondo te è ancora possibile fidarsi in questi termini?

Sinceramente dovresti parlare con gli addetti ai lavori [ride], io non so nel dettaglio come stanno andando le prevendite. Noi abbiamo solo detto che prima o poi sarebbe uscito un disco e abbiamo buttato fuori delle date, però la gente si è fidata e ha comprato i biglietti come dici tu a scatola chiusa.
Dentro lo slogan “fidatevi”, ed è una cosa che fa un po’ ridere ma non è fatta per caso, c’è gente che davvero si fida di noi perché sa più o meno il valore che abbiamo sulla scena e che cosa ci si può aspettare; poi abbiamo anche uno storico che ci permette di “ottenere” la fiducia nei nostri confronti.
Ora che il disco è uscito, vedere che la gente si avvicina ancora di più e dice “vedi che ho fatto proprio bene a fidarmi”, beh questa è soddisfazione e siamo contenti così.

Il Disco precedente, Cultura Generale, era registrato in presa diretta. Per  Fidatevi avete usato un “metodo più classico”. Secondo te la cosa influisce sul risultato e sulla parte live?

Premetto che per noi non c’è un meglio o un peggio, sono modi di esecuzione diversi.
Non è una cosa che non sappiamo suonare, è una cosa che sappiamo suonare molto bene ma che volevamo suonasse in una maniera differente.
Per Fidatevi,  noi ci siamo messi in cabina di regia e abbiamo immaginato tutte le sovra incisioni che potevamo inserire nel disco e tutto quello che potevamo aggiungere a lavoro finito e di fatto è come se avessimo prodotto noi stessi il disco; poi ci siamo legati a Taketo Gohara per implementare ancor di più il lavoro.

Fonte: XL Repubblica

Ti dico che per la prima volta abbiamo avuto l’impressione di prendere le canzoni, arrangiarle e poi avere una visione ulteriore, diciamo che è stato un percorso diverso e per la prima volta non abbiamo fatto solo i musicisti ma anche i produttori artistici e per noi è una parte molto importante del percorso di formazione di un musicista.

Poi se parliamo della presa diretta, quella ha un sapore unico perché senti l’energia e anche l’errore buono può portare a qualcosa di nuovo; per Fidatevi abbiamo suonato, sì, separati ma comunque su qualcosa che avevamo pre-registrato e che suonava comunque bene e con intensità.

Errori, senso di inadeguatezza e nostalgia, questi sono alcuni dei temi che affrontate in Fidatevi. Autobiografia o specchio di questi tempi?

Mah io ti direi, assolutamente, autobiografia che poi è anche un po’ lo specchio di questi tempi. Si dice che I Ministri sono una band politica, ma semplicemente vivere è fare politica e le tue “dannazioni esistenziali” sono purtroppo quelle che ti offre anche il mondo al di fuori, sono due vasi comunicanti, e di conseguenza parliamo di noi ma partendo dagli impulsi che riceviamo che non sono propriamente i migliori.

Nel nostro piccolo essendo cresciuti con della musica che ha richiuso le ferite e curato i mali vorremmo offrire gli stessi strumenti anche a chi abbiamo davanti, cioè vogliamo offrire la possibilità di curarsi ascoltando la nostra musica e immedesimandosi il più possibile.

Come descriveresti il sound e i testi di Fidatevi? Dai credito a chi parla di un ritorno alle origini de I Ministri o c’è qualche altra cosa dietro al disco?

C’è sempre qualcosa di nuovo per noi, non è mai un ritorno alle origini. Meglio ancora: le origini fanno sempre parte di quello che è il nuovo, è tutto un continuo andare avanti per noi.
Magari il prossimo disco suonerà ancora più diverso o ci farà riprendere delle vecchie tecniche con una consapevolezza nuova però non c’è niente di uguale a prima, sono le canzoni che formano un disco e non tu non avrai mai le stesse canzoni o gli stessi contenuti  per cui, ti dico, che registrare un disco è sempre un qualcosa di nuovo per noi.

Potrebbe essere anche un “problema” di title track, no? Cioè mentre Cultura Generale era un pezzo particolare e poco adatto alla parte live mentre Fidatevi è più adatto all’esecuzione dal vivo.

Fonte: Qube Music

Sì, assolutamente, Fidatevi è un pezzo più rock e più adatto alla parte live, però è anche uno specchietto per le allodole, nel senso: non è che ascoltando il disco uno trova il capitolo Fidatevi moltiplicato per dodici, è giusto trovare un pezzo come quello come è giusto trovare tutte le altre tipologie di brani. Fidatevi è un disco che è stato erroneamente chiamato concept album pur non avendo una linea narrativa propria del concept; questo è un disco che ha una tematica enorme svolta in più forme, anche nella parte più rabbiosa che comunque noi abbiamo come componente, è un sentimento che viene collegato a un determinato tipo di sonorità.

Con I Ministri siete anche una delle poche band in circolazione che riesce a inserire in un pezzo elettro-acustico una parte più tagliente, senza però scadere in un polpettone senza senso o in qualcosa di troppo pop.

Diciamo che noi abbiamo ascoltato tanta musica, non siamo ascoltatori monotematici e amiamo diversi generi musicali e comunque nella nostra storia ne abbiamo ascoltate davvero tante [ride].
La differenza sta nel fatto che noi per imparare abbiamo “affrontato” più generi possibile e poi il termine pop che vuol dire? In Italia c’è un concetto un po’  strano di pop.
A noi piace scrivere canzoni belle, ma ciò non vuol dire seguire quei crismi discografici di vecchia regola, a noi piace anche godere di un po’ di spazio e di far respirare la nostra musica, ecco.

Forse anche il passare a un’etichetta più piccola concede molto più libertà rispetto a lavorare per una major, sbaglio?

Mah, ti confesso che la Universal all’epoca si era presa in carico una band che era molto difficile “supportare” a quel tempo e noi siamo stati molto lusingati di questa cosa. La differenza è che noi eravamo una band neonata per cui dovevamo ancora risolverci e definirci molto musicalmente.
Diciamo che il discografico ha anche un ruolo un po’ paterno, che vuole disegnare l’artista ma spesso questo disegno non coincide con la strada che uno vuole seguire, non coincide con il percorso per diventare uomini che vorrebbe seguire una band.

C’è stato poi un divorzio con la Universal, ma non è stato un divorzio malsano o turbolento, è stato un po’ un volerci mettere noi sul banco degli imputati per volerci accollare i nostri rischi, anche perché la nostra non era una musica rigogliosa a livello economico ma a noi questa esperienza e servita anche per vedere la professionalità delle persone che lavorano in questo settore e a diventare più esigente dalla tua musica.

A breve inizierà il vostro tour in elettrico, che cosa avete in mente per i prossimi concerti?

Ti posso spoilerare che per la prima volta, I Ministri, sul palco saranno in cinque: ci sarà con noi Anthony di Anthony Laszlo. Poi ovviamente cercheremo di suonare il più possibile  questo disco senza rinunciare agli “antichi fasti” delle canzoni che abbiamo in scaletta. Insomma cercheremo di unire quello che è nuovo a quello che è vecchio nella maniera più armonica possibile, ecco.

I MinistriPrima hai detto che I Ministri vengono definiti una band politica, ma nell’ultimo disco manca un brano da intendersi come politico tipo Diritto al tetto, per citarne solo uno.

Guarda posso dirti che è una scelta voluta, per due motivi. Il primo perché ultimamente fare politica è un po’ svincolato dalla responsabilità, cioè utilizzare gli slogan in piazza con tutta questa rabbia che si sovrappone non ci sembra costruttivo come atteggiamento e perciò vogliamo un po’ staccarci da quello che può essere la retorica e la demagogia. Per noi la politica è assunzione di responsabilità, di contenuti e di concetti; che poi possano essere espressi con slogan e con sonorità rock lo sappiamo, ma se poi diventa solo ed esclusivamente un gioco retorico la cosa non ci piace.

Il secondo motivo deriva dal fatto che noi volevamo fare un disco che parlasse realmente di noi come individui. Volersi occupare della situazione che hai intorno ma poi sentirsi irrisolti dentro di noi, ci sembra una forzatura. Se davvero gli individui sommati formano una collettività, bisogna che questi individui abbiano consapevolezza di cosa sono, di essere responsabili per loro stessi e comunque delle persone adulte e capaci di progettare un futuro (che è un po’ la cosa che manca in questo momento).

È facile muoversi tramite degli slogan o dei macro discorsi, ma chi è poi che si prende la responsabilità per davvero? Cominciamo a risolverci noi, a parlare delle cose più semplici come il fatto che noi non siamo in grado di prenderci cura delle cose più semplici come i nostri affetti o della nostra spiritualità. Dopo questa “analisi interiore” si può iniziare a parlare di quello che abbiamo intorno.

Molti artisti del  nostro paese hanno accolto favorevolmente il vostro lavoro, guarda gli Afterhours o Morgan solo per citarne un paio. Voi come vi trovate nel panorama musicale? Cosa vi piace e cosa no?

Mah in generale ci troviamo bene, facciamo quello che vogliamo fare e va bene così. Forse la cosa che ci manca un po’ di più è avere molti più colleghi col quale condividere il rock’n’roll alla vecchia maniera.
Ma tutto sommato qualcuno c’è, anche con la Woodworm siamo entrati in contatto con molti artisti validi ed è una bella situazione. Sembra un po’ un ritorno a quella situazione degli ani ’90 con tutte le band che facevano gruppo.

Quindi siete soddisfatti di questo panorama?

Sì, assolutamente sì! Poi se dovessi interrogarmi sul cosa ne penso del nuovo pop italiano il discorso è diverso, de gustibus [ride].
Diciamo che tutto deve esistere nel panorama musicale e va bene così.

 

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About

La musica è la mia passione: sul palco dietro una batteria e sotto al palco in un mare sterminato di dischi. Laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo e in Editoria e Scrittura a La Sapienza di Roma, passo il mio tempo tra fogli bianchi, gatti e bacchette spezzate. CAPOSERVIZIO MUSICA


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