I politici al microscopio: Roberto Maroni

Avvocato, Ministro dell’Interno nel primo governo Berlusconi, del Welfare nel secondo e di nuovo dell’Interno, nel terzo. A suo carico vi è una condanna in primo grado a 8 mesi (settembre ’98), poi in appello – il 19 dicembre 2001 – a 4 mesi e 20 giorni di reclusione (a causa della recente abrogazione del reato) per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale per aver impedito a degli agenti inviati dalla Procura di Verona nell’ambito dell’inchiesta sulla “Guardia Nazionale Padana” (siamo nel 1996) di poter perquisire la sede del partito in via Bellerio a Milano. Maroni, in quest’occasione, si distinse per aver aver tentato di mordere il polpaccio di un agente.

In Cassazione, l’ex Ministro si è nuovamente vista cambiare la pena, commutata in 5.320 euro di multa. La Corte, emettendo la sentenza , ha stabilito come la resistenza di Maroni e degli altri leghisti, non risultasse «motivata da valori etici, mentre la provocazione era esclusa dal fatto che non si era in presenza di un comportamento oggettivamente ingiusto ad opera dei pubblici ufficiali». Le azioni di Maroni, come si è comportato durante la perquisizione, sono state definite come «inspiegabili episodi di resistenza attiva (…) e proprio per questo del tutto ingiustificabili».

L’altra inchiesta in cui era implicato, era quella che lo vedeva imputato come ex capo delle camicie verdi per attentato contro la Costituzione e l’integrità dello Stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. I primi due reati furono notevolmente ridimensionati da la solita riforma ad personam varata dal Governo Berlusconi alla fine della legislatura 2001-2006 mentre il terzo reato è stato abrogato, alla fine del 2010, dal Ministro per la semplificazione legislativa Roberto Calderoli. Si è andati infatti ad abolire – all’interno del Dl 15.3.2010 n. 66 pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 maggio col titolo “Codice dell’Ordinamento Militare” – il “Dl 14.2.1948 n. 43”: che prevedeva il carcere da 1 a 10 anni per “chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici” e si organizzano per compiere “azioni di violenza o minaccia”.

Dopo il passo indietro – pochi giorni fa – di Umberto Bossi, Maroni viene visto come l’ex delfino che attenta al vertice di partito, che tenta la scalata al Carroccio. Tale ragionamento, viene avvallato proprio dal comportamento che ha assunto allo scoppio del caso Belsito. L’ex Ministro dell’Interno, infatti, ha chiesto di non limitarsi solo al tesoriere, ma di fare una vera e propria pulizia all’interno del partito. Magari scalzando la vecchia guardia, il “cerchio magico”.

Alcuni deputati dal fazzoletto verde, si chiedono come faceva Maroni, da esponente leghista di primo piano, a non sapere nulla di Belsito e dei suoi traffici. La possibile risposta, come ci racconta anche Marco Damilano dalle colonne del settimanale l’Espresso, potrebbe essere che proprio Bobo abbia acceso l’interesse dei magistrati verso i bilanci del partito e le magagne del suo ex tesoriere. Cavalcherà questo fango che piove addosso alla famiglia Bossi, per tentare la scalata ai vertici? Secondo voi come andrà a finire?


About

Giornalista pubblicista, fondatore e direttore di Wild Italy. Ha collaborato con varie testate nazionali e locali, tra cui Il Fatto Quotidiano e La Notizia Giornale, ed è blogger per l’Huffington Post Italia. Nel 2011 ha vinto il Primo Premio Nazionale Emanuela Loi (agente della scorta di Paolo Borsellino, morta in Via d’Amelio) come “giovane non omologato al pensiero unico”. Studioso di Comunicazione Politica, ha lavorato in campagne elettorali, sia in veste di candidato che di consulente e dirige, da fine 2016, Res Politics – Agenzia di comunicazione politica integrata . DIRETTORE DI WILD ITALY.


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