Il Buco

Il Buco, allegoria grottesca della società contemporanea

Il regista basco Galder Gaztelu-Urrutia esordisce al lungometraggio con Il Buco, minimale thriller distopico che fa del potenziale allegorico un vanto e un limite

 

Con un tempismo a dir poco eccellente in un periodo di accaparramenti di generi alimentari, Netflix distribuisce in esclusiva Il Buco, una pellicola ch’è tutta una metafora sul cibo come specchio di una società consumata dal fare di una necessità un’arma di prevaricazione. Premiato a Toronto, al Sitges e al Torino Film Festival, Il Buco (El Hoyo/The Platform) è il lungometraggio d’esordio del regista basco Galder Gaztelu-Urrutia.

Una prigione verticale 

prigione verticale the platformIl Buco immagina un penitenziario futuristico in stile brutalista strutturato verticalmente come una torre a livelli. Al centro una fossa quadrangolare, attraverso la quale a partire dalla cima – il livello zero – scende quotidianamente una piattaforma carica di cibo. Questa resta ferma al piano per due minuti per permettere ai detenuti di alimentarsi e poi prosegue al livello inferiore.

C’è cibo sufficiente a sfamare tutti i livelli ma occorre che sia razionalizzato, che ognuno prenda solo quanto gli occorre. E poiché ogni prigioniero è libero di mangiare ciò che vuole nel tempo concesso, prevedibilmente i privilegiati finiscono per lasciarne meno a quelli dei piani sotto, saccheggiando completamente la piattaforma ancor prima che raggiunga il 50°livello.

Ma lo squilibrio è solo temporaneo. Ogni mese, infatti, i detenuti – due per livello, alcuni prigionieri, altri volontari in cambio di un qualche compenso – vengono spostati in un livello diverso, assolutamente casuale. Si può finire in cima e nutrirsi copiosamente o in fondo, condannati a una durissima lotta per la sopravvivenza che non di rado sfocia nel suicidio o nel cannibalismo.

Il protagonista, Goreng (Ivan Massagué) è un uomo che ha scelto deliberatamente di farsi rinchiudere nella struttura, con l’alibi di voler smettere di fumare. Come tutti, ha la possibilità di portare con sé qualcosa – una sola – e, contrariamente ad ogni scelta di opportunità, opta per un libro, il Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes.

Il suo compagno di cella, l’anziano Trimagasi (Zorion Eguileor), lo istruisce sulle dinamiche della Fossa ch’egli, pur trovando orripilanti, finisce giocoforza per abbracciare. La fame non concede spazio alla compassione. Inizialmente idealista, esplorato un cinismo ch’egli assume come deprecabile, Goreng si ribella al sistema vigente cercando una soluzione per stabilire un ordine “giusto” all’interno dell’edificio.

La rivoluzione della solidarietà spontanea

Goreng è il protagonista di The PlatformGli sceneggiatori David Desola e Pedro Rivero elaborano con efficienza a tratti didascalica una narrazione di sicuro impatto, che gioca con la crudezza dell’umanità sbrigliata generando un senso di partecipazione sempre crescente. Almeno fino al finale, che stempera (in maniera brutale) il climax ansimante. È richiesto stomaco forte e forse mai come in questo periodo di tensione, in cui le esigenze del singolo influiscono con maggiore incidenza sul benessere comune, si può apprezzare questo piccolo specchio di (dis)umanità egoista.

L’atto di Goreng infrange lo status quo, è rivoluzionario perché assolutamente contrario allo spirito autoconservativo a breve termine che regna nella prigione multistrato. E consiste nello scegliere, una volta in cima, di scendere fino all’ultimo livello per portare un “messaggio” di cooperazione, di solidarietà spontanea che mini alle basi l’atteggiamento individualistico in virtù di uno collettivistico.

La rivoluzione parte dall’alto – non dal basso, come spesso si crede. Nasce dalla cultura, non dalla fame. Quella crea solo mostri. Un’idea, questa, che sembra schiacciare l’occhio a tutti i presunti ribelli da salotto, a tutti i messia laici in grado di ispirare le masse dall’alto dei benefici loro concessi. Del resto,  “una volta che non passi il tempo sperando ci sia qualcosa da mangiare, rimane solo la solitudine”.

Eppure l’idea di pregio si sfalda nell’applicazione, che sfocia a tutti gli effetti in un bagno di sangue che contraddice l’essenza stessa dell’intento. Allora viene da chiedersi, poiché l’unica rivoluzione possibile conduce ad altrettanta violenza e prevaricazione, se sia realmente plausibile una solidarietà spontanea o non piuttosto un’utopia. Se l’homo homini lupus non sia l’unica forma di umanità possibile.

Un’allegoria “gridata”

la piattaforma colma di cibo di The PlatformSia chiaro, Il Buco non inventa niente. In esso, oltre alle già citate, convergono influenze letterarie – Borges e il Buzzati di Sette Piani (1937) – e cinematografiche – impossibile non cogliere il riferimento al Buñuel de L’angelo sterminatore (1962) e a Next Floor (2008) di Denis Villeneuve.

E non solo arranca sul finale, quasi a ricalcare l’impossibilità di offrire una soluzione univoca ed attuabile alla questione del saliscendi sociale. Il Buco pecca soprattutto nel gridare l’allegoria. Dichiara senza possibilità d’interpretazione il suo attacco a una società turbocapitalista disfunzionale e degenerativa, che solo un’equa distribuzione della ricchezza potrebbe salvare dall’autodistruzione. O una dittatura. Al netto di ciò, Il Buco risulta comunque un prodotto riuscito, e non solo per la felice idea di verticalizzare l’homo homini lupus.

Già il Premio Oscar Bong Joon-ho si era prodigato in tal senso, sia nell’ “orizzontale” Snowpiercer (2013) che in Parasite (2019). Il primo rappresenta la struttura sociale come un treno, alla testa del quale i potenti dominano incontrastati sugli ultimi della coda; il secondo mette una sopra l’altra due famiglie, e quella di sotto più che cercare di abbattere il sistema insiste nel perpetrarlo assumendone il controllo. Allo stesso modo i detenuti de Il Buco abusano del proprio aleatorio vantaggio, schiacciati a loro volta dall’altrui abuso quando la ridistribuzione li confina di sotto. Anche Cube (1997) aveva tentato, sia pure con evidenti limiti, un’operazione simile per estetica e tematiche, divenendo un piccolo cult di genere.

Ma mentre il regista sudcoreano affronta la diseguaglianza sociale con un linguaggio certamente più raffinato, che non cede alla faciloneria dello spiegone allegorico e Vincenzo Natali si limita a giocare visivamente con la struttura senza andare troppo a fondo nella riflessione, Il Buco si piazza a metà tra l’autoriale e il commerciale, arrivando a tutti ma senza raggiungere una vera compiutezza narrativa.

Esperimento sociale

il don chisciotte come metafora de Il BucoCiononostante, è difficile non provare una qualche forma di curiosità voyeuristica nei confronti di un’opera che mostra i risvolti di un ipotetico esperimento sociale, attirati come siamo dal testarci in condizioni aliene all’abitudinario per scoprirci oltre il costume del ruolo fissato. E questo roleplay degli orrori funziona anche perché canonizza nei personaggi i possibili approcci al problema dello squilibrio tra ricchezza e povertà nella società contemporanea.

Se Goreng incarna la rivoluzione della cultura contro la violenza, Imoguiri (Antonia San Juan) rappresenta la fede cieca nel bene comune. Anche lei, da ex dipendente dell’amministrazione, ha scelto volontariamente di accedere al penitenziario. Il suo intento è testare sulla propria pelle le insidie che nasconde, comprenderne dall’interno il funzionamento. È lei la prima a spingere Goreng verso il cambiamento. Chi altri può fare la differenza, se non un uomo che all’inferno porta un libro?

Si potrebbe rintracciare nella donna l’esatta antitesi del principio che muove l’anziano Trimigasi. Costui, darwinianamente, sostiene che per sopravvivere occorra inevitabilmente essere più forti degli altri. Pur non disdegnando l’intrattenimento del “comunista” Goreng, egli sa quando trasformare un compagno in un pasto.

E tu, abbandoneresti la comodità di una tavola apparecchiata per scendere e rischiare di farti cannibalizzare per amore di un’idea?

 

Il Buco è stato distribuito da Netflix il 20 marzo 2020.

 

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Fonte immagini: ciakclub.it


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