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Daniele Coccia Paifelman, Il Cielo di Sotto: “Torniamo a parlare di cantautorato impegnato”

Daniele Coccia Paifelman è una di quelle voci che non si dimenticano facilmente. Il suo timbro baritonale e profondo ha lasciato un segno indelebile con Il Muro del Canto, i Surgery e i Montelupo . Non poteva essere altrimenti con il suo esordio da solita.

Il Cielo di Sotto è un disco intenso e struggente, uno di quei dischi Daniele Coccia Paifelmanfuori dal tempo che, attingendo a piene mani dal grande cantautorato, è riuscito a fare breccia nella scena musicale contemporanea.

Abbiamo raggiunto telefonicamente Daniele Coccia Paifelman che ha gentilmente risposto alle nostre domande:

Dai Surgery a Il Muro del Canto, come viene alla luce Il Cielo di Sotto

“Il Cielo di Sotto”, da dove nasce questo titolo e come viene alla luce questo disco?

Il titolo del disco viene proprio da una frase della canzone, diciamo che è un’immagine metafisica.

È un’immagine di stravolgimento e di sconvolgimento. Non saprei come descrivertelo, secondo me è la frase più bella che c’è nei miei testi  e quindi ho pensato di metterla come titolo. E’ un’immagine forte, se pensi che sotto la terra che è rotonda c’è il cielo, l’infinito, ho pensato che potesse essere una bella immagine che ho voluto condensare nel titolo del disco.

Come sei arrivato alla scrittura dei brani?

Mah, sinceramente li ho scritti piano piano nel tempo, in questi anni mentre ero alle prese con Il Muro del Canto ho scritto ogni tanto qualche canzone in italiano e avevano tutte questo filo conduttore che era la guerra.

Le ho scritte senza fretta e le ho raccolte tutte insieme e dopo quattro o cinque anni ho pensato di metterle tutte insieme, quasi senza ambizione, poi quando è arrivato il numero giusto di pezzi per essere un disco è venuto alla luce questo lavoro.

Quanto sono importanti per te, in fase di scrittura, i ricordi e la memoria storica?

I ricordi sono molto importanti perché tutto quello che è la nostra vita è fatta di esperienze vissute e di ricordi. La memoria storia è una cosa che va sempre tenuta in considerazione, perché tutto quello che viviamo sulla nostra pelle, in questi giorni ha delle radici in un passato da considerare sempre. La nostra epoca e noi stessi sono il risultato di qualcosa che è precedente e che quindi va conosciuto e tenuto in considerazione.

E perché la scelta di questo “filo conduttore” della guerra?

Sinceramente non so perché l’ho scelto, la cosa è stata abbastanza naturale, nel senso che quando mi sono reso conto che la direzione che avevo intrapreso era questa poi ho continuato a scrivere seguendo questa strada.

Devo dire che anche tornando indietro nel tempo e guardando alcuni pezzi dei Surgery, questa mia componente c’era già,  posso dire che a un certo punto ho iniziato a farlo di proposito.

Potrei darti delle spiegazioni ragionate: secondo me i periodi di guerra sono dei momenti di rottura, nei quali l’uomo si avvicina alla vita reale e all’esistenza vera, proprio perché questa sua esistenza è minacciata.

Nei momenti di pace siamo sereni e ignoriamo le cose importanti della vita perché non crediamo siano a repentaglio; diciamo che la pace è una sorta di camera stagna che non ci fa rendere conto dell’importanza delle cose mentre la guerra ci fa vedere le cose da una prospettiva diversa.

Poi, secondo me, tutta la parte che riguarda la guerra è una grossa metafora che riguarda la vita: gli amori potrebbero essere le battaglie e via dicendo.

Quindi è stato un processo naturale la scelta della metafora della guerra.

Sì, come dicevo mi sono reso conto di quello che stavo scrivendo ed è stata una cosa naturale, intima, nemmeno io mi ero reso conto sul momento di questa cosa.

Il Cielo di Sotto

De Andrè, Patty Pravo e i Surgery. Che cosa hanno in comune questi gruppi e perché la scelta di queste cover?

Beh, i Surgery era una mia band e la scelta di Un dolore fa, deriva dal fatto che l’arrangiamento originale era un po’ contrastante con quello che era il testo della canzone.

Ho pensato che per Il Cielo di Sotto sarebbe stato bello riarrangiare il pezzo.

Il brano di Patty Pravo l’ho scelto soprattutto per il tipo di sound e per i temi del brano che si adattavano benissimo al resto del disco. Poi se devo essere sincero l’ho sentito e ho pensato “oh sembra fatto per me, io lo faccio!” [ride].

Il brano di De Andrè l’ho scelto per omaggiare l’autore perché credo che De Andrè sia il più grande cantautore della musica italiana, un grandissimo esempio, e quindi mi sembrava un omaggio dovuto.

Il Cielo di Sotto, un cantautorato intenso e diretto

Secondo te è ancora possibile parlare di “Cantautorato impegnato”? Perché?

Secondo me sarebbe il caso di tornare a parlare di cantautorato impegnato: viviamo in un periodo storico dove tutti dovrebbero impegnarsi quando scrivono; dovrebbero guardarsi intorno e rendersi conto che bisognerebbe proprio parlare di cose serie e della realtà che viviamo, appunto.

Con le canzoni bisognerebbe provare a cambiare questa realtà. Sarebbe bello anche riuscire nell’intento, anche se so che è utopia. Se però tutti quelli che hanno delle capacità comunicative si impegnassero forse potrebbe cambiare qualcosa.

Nel ‘68 quelli che hanno provato a cambiare il mondo, pur non riuscendo, ci hanno comunque provato. I cantautori  erano figure molto importanti per questo cambiamento. Oggi, invece, sembra quasi che chi scrive debba necessariamente scrivere delle stronzate che uno fa quotidianamente.

Non vorrei mettermi su un piedistallo [ride] però, secondo me, c’è bisogno della canzone impegnata e tutte le epoche ne avrebbero avuto bisogno, anche perché ogni epoca ha avuto qualcosa che andava cambiato e il compito di chi canta sarebbe proprio quello di mettere il dito nella piaga.

Anche perché quello che viene inteso come “cantautorato” adesso è un qualcosa di, forse, troppo leggero, no? Sembra che il concetto di cantautore sia andato un po’ perso, non credi?

Mah, sembra quasi che oggi il ruolo del cantautore sia quello di far vedere a tutti quanto è intelligente e quanto è ricercato.

Secondo me il cantautore dovrebbe essere sincero e realistico. Tutto dipende ovviamente anche dal carattere della persona. Esiste una tendenza a fare canzoni che esaltano l’intelligenza e l’aderenza con la realtà e ci sono molti cantanti che esprimono e descrivono questo momento storico. Invece di criticare la realtà, però, bisognerebbe in qualche modo elevarsi e  dire la propria, piuttosto che far vedere a tutti quanto loro hanno ben interpretato la realtà.

Ecco, diciamo che bisognerebbe dare un proprio giudizio,  non quello che danno le persone al bar, quello populista, un giudizio più personale.

Il Cielo di Sotto

Quanto è diverso salire su un palco “da solo” piuttosto che con il tuo gruppo?

Credo che la differenza dipenda solo dal tempo: con i ragazzi del Muro c’è un affiatamento perché è una macchina rodata. Ognuno sopperisce alla mancanze degli altri. 

Io, ad esempio, tendo a non parlare molto sul palco mentre c’è Alessandro che è un grande comunicatore e cerca di coinvolgere di più il pubblico di quanto faccio io.

Ecco con questo lavoro solista, sto cercando di farlo io e di imparare ad essere più comunicativo. Anche la band che suona con me sta dando tanto e siamo molto affiatati, perciò si va consolidando anche questa nuova realtà che è molto positiva.

La differenza c’è stata, non lo nego, l’ho percepita soprattutto all’inizio ma gradualmente siamo diventati più affiatati e questa è una cosa molto positiva.

Il tuo brano al quale sei più legato e quello di altri artisti? Perché?

Il mio brano al quale sono attualmente più legato è proprio Il Cielo di Sotto perché sento che è il brano nel quale sono riuscito ad esprimermi meglio e quello che, secondo me, è il più completo e il più espressivo musicalmente.

Brani di altri, così su due piedi, potrei dirti Luci del Mattino di Umberto Palazzo, è un brano che mi rappresenta molto e che avrei voluto scrivere io.

Tu e Il Muro del Canto avete collaborato molto con altri artisti tipo Piotta, gli Assanti Frontali e Palkosceniko al Neon. Come ti trovi nel panorama musicale italiano? Perché?

Nel panorama italiano, sinceramente, mi trovo un po’ stretto perché non sempre mi sembra di essere compreso. Io ho un grande rapporto col mio pubblico e mi sento molto fortunato per le collaborazioni che ho fatto perché sono state molte e mi hanno sempre fatto scoprire nuovi compagni di viaggio. Tra questi: i Palkosceniko al Neon, che conosco da sempre; i Canusia, col quale ho collaborato di recente; Leo Folgori e poi quelle col Piotta e gli Assalti Frontali come hai ricordato tu.

Nel panorama musicale mi sento di stare quasi trasversalmente, nel senso che mi piacciono diversi generi e mi trovo bene con più artisti; ascolto di tutto e mi adatto bene.

Hai un grande rapporto col pubblico, la cosa è evidente soprattutto nei concerti con Il Muro del Canto. È così anche col tuo disco solista? Come funziona questo rapporto?

Sì, con il Muro è proprio una cosa fondamentale perché è grazie a loro che le cose vanno bene; c’è un affetto particolare e la cosa va più che bene.

Con questo progetto solista le cose vanno bene. Certo, non a livello de Il Muro del Canto perché quella del Muro è una storia iniziata sette anni fa. Dopo tre dischi e un mare di concerti, quindi, è ovvio che il rapporto col pubblico è più “consolidato”. Diciamo che c’è tanta gente che segue questo progetto e tanto pubblico de Il Muro del Canto mi segue anche con Il Cielo di Sotto. Io sono molto riconoscente per questo affetto e voglio bene al mio/nostro pubblico.

Progetti per il futuro? Come procede il tuo lavoro tra Il Muro del Canto, i Montelupo e il Cielo di Sotto?

Allora sì, con Il Muro del Canto siamo in studio per lavorare al prossimo disco. Appena pronto riprenderemo il tour.

Questo progetto solista stiamo continuando a portarlo in giro. Il Cielo di Sotto è uscito da poco e fino a che non uscirà il prossimo disco del Muro abbiamo altre date in programma e altri eventi.

Coi Montelupo diciamo che abbiamo pensato a un nuovo disco e abbiamo diverse idee. Certo non abbiamo progettato niente anche perché questo è un gruppo che suona quando può.

Per il momento siamo fermi. Diciamo che questo era più un progetto discografico. Volevamo registrare quel repertorio e metterlo su un supporto moderno e tramandare quella tradizione.

 

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La musica è la mia passione: sul palco dietro una batteria e sotto al palco in un mare sterminato di dischi. Laureato in Letteratura, Musica e Spettacolo e in Editoria e Scrittura a La Sapienza di Roma, passo il mio tempo tra fogli bianchi, gatti e bacchette spezzate. CAPOSERVIZIO MUSICA


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