Il colpo di coda

Per comprendere fino in fondo le svolte politiche di Berlusconi degli ultimi giorni bisogna partire dalla famosa serata del 12 novembre di un anno fa quando, con le sue dimissioni da presidente del Consiglio, aveva illuso la stragrande maggioranza degli italiani.

La successione di Mario Monti era stata infatti accolta come la fine di un’era, quella del quasi ventennio berlusconiano: secondo la vulgata, si poteva finalmente voltare pagina, riunificare l’Italia berlusconiana con quella antiberlusconiana e ricostruire un Paese sull’orlo dell’abisso greco. Quasi tutti i commentatori politici si erano però dimenticati di un particolare: il Parlamento che mai aveva sfiduciato il governo Berlusconi era ancora il medesimo.

I suoi sostenitori – quelli ufficiali, come i vari Gasparri, e quelli ufficiosi, come i finti oppositori – erano ancora tutti lì, pronti ad affossare tutte le proposte di legge destinate a toccare la roba del capo e dei suoi protetti, il primo passo per far ripartire il Paese: nell’anno dei tecnici non è stata varata nessuna vera legge contro la corruzione o sul conflitto d’interessi, ma solo per innalzare l’età pensionabile e la pressione fiscale (provvedimento che – checché ne dicano – non punisce tutti, ma solo chi le paga, ovvero i soliti onesti).

Berlusconi intanto scompariva nel silenzio, lasciando il tempo alla memoria degli italiani di dimenticare – se mai i loro mezzi culturali permettevano di comprendere quanto accaduto – come e perché si era arrivati al governo Monti, chi ci ha portato al baratro imponendo una cura lacrime e sangue, i nomi e i cognomi dei responsabili di tutto ciò.

Sì, Berlusconi, i berlusconiani doc e quelli di riporto, ma soprattutto gli italiani stessi, quelli che dal 1994 hanno avallato la politica del disastro, fatta di leggi ad personam (essenzialmente del centrodestra) e ad castas (essenzialmente del centrosinistra): con la regia di Re Giorgio Napolitano, l’inintercettabile, gli italiani hanno evitato l’esame di coscienza, propedeutico alla rivolta culturale necessaria per ripartire da solide basi.

Arriviamo così a questa settimana. Il Pdl nei sondaggi è bloccato ben al di sotto del 20% e continua a scendere. Arriva il primo, illogico, coup de théâtre: «L’Italia è il Paese che amo, quindi non mi ricandido». Che senso ha lasciare? O hai avuto garanzie per ottenere un salvacondotto dal futuro Monti-bis (non ti tocchiamo la roba e proseguiamo così), oppure sei un pazzo.

Lasci tutto in mano alla spaziosissima fronte di Alfano, per portare il Pdl al 5% (quale berlusconiano voterebbe un partito senza Berlusconi)? Ieri il vero piano inizia a svelarsi: consapevole dell’arrivo della sentenza sul caso dei diritti Mediaset, appena ribattezzato dai suoi e non solo «grande statista», lascia due giorni prima per tornare in campo approfittando della condanna, buttandola come al solito in politica per ricompattare i berlusconiani contro gli antiberlusconiani con una telefonata al suo Studio Aperto.

Oggi conferma tutto al suo Tg5 («Non posso permettere che accada ad altri ciò che è accaduto a me») e, in conferenza stampa, attacca l’utile idiota Mario Monti, responsabile di una «recessione senza fine», della quale lui ovviamente non ha responsabilità: a una settimana dalle sue dimissioni (era il 4 novembre), ristoranti e aerei erano pieni, ricordate?

Rieccolo, il Caimano, col suo ultimo colpo di coda: l’attacco a testa bassa contro i nemici storici (i comunisti, nascosti per ora nella magistratura) e il rinnegamento del governo Monti, nuova causa della crisi dell’Italia. Lui ovviamente in questi 11 mesi non lo ha mai sostenuto, anzi, lo ha combattuto: grazie all’altro utile idiota, Alfano, può dire di non aver mai fatto parte dei partiti che l’hanno sostenuto (non a caso li chiamavano la strana maggioranza, ABC). Se questa versione non vi torna, tranquilli, ci penseranno i suoi media a farvelo credere, magari con quel martire della libertà di Alessandro Sallusti.

Certo, è difficile che anche questa volta la spunti: il ritorno in campo – per quanto senza un’effettiva candidatura – pare proprio l’ultima disperata mossa che si poteva giocare. Purtroppo però, non bisogna mai sottovalutare gli italiani, soprattutto se non hanno avuto modo di processare se stessi. Quante volte il berlusconismo (che – va sempre ricordato – comprende anche un certo modo di fare opposizione) è sembrato finito? Speriamo di sbagliarci, ma è sempre meglio stare all’erta, come già ci ricordava il finale di Draquila.


About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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