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Il compagno Fini e il branco di lupi famelici

Scritto da Gianluca Caporlingua il 22 - November - 2009 Letto 432 volte

Dopotutto ha semplicemente detto la verità. “Chi vi fa pesare il fatto che abbiate la pelle di un altro colore o vi dice che siete diversi, è uno stronzo”. Ha solo chiamato le cose con il loro nome.

Ma ultimamente qualunque cosa dica il “compagno” Fini che si discosti anche solo minimamente dal pensiero monodirezionale ed uniformato dei berlusconiani del PDL o, come in questo caso, dagli alleati della Lega, è “rivoluzionario”, avvisaglia di “crisi di governo”, sintomo di una “rottura imminente”, di uno “strappo” non ricucibile che finalmente farà cadere Berlusconi. Complotto. Speranza.

Frustrazione. Sì, è avvilente constatare come in più di un’occasione nel corso di questi quindici anni un politico, tutto sommato credibile e preparato (il che di questi tempi non è poco…), si sia “prostituito”, mettendo spesso da parte la propria cultura, la propria sensibilità politica ed il proprio spirito civico per accomodarsi su una confortevole poltrona all’ombra del monolite berlusconiano. Ed ogniqualvolta il Presidente della Camera dimostri di poter stare dalla parte della legalità e del buonsenso, oggi con una commento, domani con una dichiarazione di intenti, la frustrazione si acuisce. Logicamente non perché chi scrive stia dalla parte dell’illegalità e del berlusconismo imperanti, piuttosto perché non riesce a capire (o meglio “ad accettare”) il compromesso anche a costo di perdere la propria dignità.

E Fini proprio questo ha fatto. A più riprese, durante questi lunghi anni di sodalizio con Berlusconi, si è svenduto per garantirsi il potere. Ma la sua coscienza repressa non poteva non venire fuori, a più riprese, prima di essere puntualmente e nuovamente messa a tacere in nome di un bene maggiore (almeno in apparenza). Come scordare la faccia (scolpita per sempre nelle immagini) di quell’uomo che a stento riusciva a credere al vergognoso teatrino proposto al Parlamento Europeo dal Premier nel 2003 (“siete turisti della democrazia!”)? L’ex leader di AN se ne dissociò subito ma alle critiche ed ai musi lunghi non seguì alcuna azione concreta e tutto tornò nei ranghi del regime.

Per non parlare delle esternazioni di fine 2007 quando al governo c’era il centro-sinistra: “Berlusconi con me ha chiuso, non pensi di recuperarmi, io al contrario di lui non cambio posizione. Se vuole fare il Premier deve fare i conti con me, che ho pure vent’anni di meno. Mica crederà di essere eterno… Lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai. Per farlo ha bisogno del mio voto, ma non lo avrà mai più. Se vuole tornarci, ci vada con Veltroni”.Ecco, a parte il fatto che poi il consiglio Berlusconi lo seguì letteralmente (tornare al governo “con Veltroni” che fece di tutto per delegittimare il governo Prodi e “riconsegnare” il Paese all’uomo venuto da Arcore), di fronte a certe parole neanche il più grande degli indovini avrebbe potuto prefigurare il mesto scioglimento di Alleanza Nazionale ed il patetico ingresso dei suoi membri nel partito unico annunciato da un Berlusconi inebriato dalla folla, nel novembre di quello stesso anno, in Piazza San Babila a Milano (senza che nessuno degli alleati lo sapesse fra l’altro).

Sono solo due eclatanti esempi di un déjà vu che abbiamo vissuto troppe volte, come detto. Un uomo politico dalle due facce, Fini. Leader di un partito traghettato dal post-fascismo alla destra laica e democratica, insofferente all’alleanza di governo con un partito xenofobo come la Lega e lontano dalle logiche di sudditanza e totale identificazione con il capo tipiche dei berluscones, da una parte. Compiacente e silente Ministro degli Esteri o Presidente della Camera e firmatario della “legge Bossi-Fini” sull’immigrazione, dall’altro.

Ha senso? Per un comune cittadino, no. In politica, invece, dove la poltrona conta molto più della coerenza e della dignità, è del tutto “logico”. L’accettazione dell’ultima probabile legge ad personam (“processo breve”) da parte del “compagno” Fini, dopo le recenti forti prese di posizione sul rispetto delle istituzioni che gli avevano valso tale epiteto da parte dei colonnelli di Arcore, ne è solo un’ulteriore conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno. Dico agli elettori che non c’entro nulla col branco di lupi famelici al potere ma poi corro a cibarmi anch’io della carcassa del Paese che le stesse belve stanno azzannando.

L’inciucio fra oppositori, ma anche fra compagni di partito di correnti diverse, è sempre dietro l’angolo. Una grande tradizione italiana.

GIANLUCA CAPORLINGUA

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