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Il doppio insegnamento di Steve Jobs.

Scritto da Andrea Nale il 6 - October - 2011 Letto 666 volte

Mentre inizio questo post sento in me qualcosa di strano, Steve Jobs non è il tipico eroe del mio immaginario, non è qualcuno da glorificare, non lo farei per nessun’altro come lui. Ma mi sento di dover fare uno strappo alla mia regola. Smettiamola di sperare in uno slancio reazionario l’arte dalla tecnologia, dalla scienza: era un artista Steve. Un artista dell’impresa. Cosa intendo per artista? Un creatore, un creatore di categorie, un creatore di mondo, qualcuno che plasma quel che gli capita tra le mani creandone qualcosa di buono. Il Mac è qualcosa di trasversale, ce l’hanno tutte le persone (ovviamente quelle che possono permetterselo) di qualsiasi ideologia politica e di qualsiasi nazionalità, lo usiamo nella musica e nella grafica, e lo usiamo quotidianamente. Come ricorda Zucconi, Jobs è stato in grado di far diventare un oggetto d’uso comune (come sarebbe diventato il computer) in oggetto bello da utilizzare, piacevole. Potrà essere fittizio o meno il senso di gioia nell’usare il Mac ma per molti esiste, e ne sono affascinato anche io. Per non parlare dell’I-Pod e di quel che è il concetto di I-Tunes. Se proprio bisogna stare a fare per molto tempo qualcosa, facciamo in modo di renderla più bella possibile.

La sua vita è stata segnata da un viaggio in India e da una condotta non sempre impeccabile al College. Forse è un classico dei geni. Ma non lo definirei un genio, è qualcuno che non s’è fatto passare la vita tra le mani. Il genio è stato poi sfruttare la sua immagine, la spettacolarizzazione del suo promuovere i prodotti. I monologhi sul palco, veri e propri spettacoli. Le varie novità tenute in segreto fino all’ultimo momento…Sembra che la sua sia una via che da speranza a molti di noi, la via della tecnica mischiata all’arte, al senso estetico profondo, la calligrafia addirittura.

E’ stato una persona legata alla vita, l’ha sfruttata appieno, spremendola, spremendo sé stesso per quello in cui credeva. Ci ha dato una via per vivere, insegnato qualcosa che unisce filosofia, tecnica, imprenditoria, economia, estetica, informatica. Siamo uomini a trecentosessanta gradi. Ci ha dato anche una via per la morte, inconsciamente magari. La sua morte, come qualcosa di impersonale, ci ha ricordato che dobbiamo attaccarci alla vita, aggrapparci, senza però fare in modo di cadere nel momento in cui la presa viene meno. Tutto l’impero che aveva creato, il suo genio, non gli hanno impedito di morire. Il cancro ha preso anche lui, la biologia, piccole cellule hanno avuto la meglio anche su uno degli uomini più importanti del secondo novecento. Ma non sembra l’abbia colto impreparato tutto questo. L’insegnamento è nel proprio equilibrio, non denigrare la vita, andare a prendersela fino in fondo, farne una cosa di valore, darne dei valori propri. Ma senza dimenticare che tutto quel che creiamo, per quanto grande possa essere, non potrà evitare il fatto che tutto prima o poi finirà. Non si può nemmeno essere presi dal panico per questo e non vivere. Equilibrio (come è in equilibrio la sua mano nella foto), addentrarsi nella vita proprio perchè è la cosa più preziosa e più “finita” di tutte le cose, non combattere la morte con la vita, ma amare questa vita e di conseguenza immediata amarla per ogni sua sfaccettatura, anche la morte.

ANDREA NALE

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