Il governo del fare: difenderlo dai processi

Nel weekend ha smentito con le solite dichiarazioni di guerra contro i magistrati la condivisione dell’ennesimo appello di Napolitano per un «clima corretto e costruttivo»; oggi – tramite un altro dei suoi fedelissimi – ha nuovamente confermato quale sia l’unico vero motivo per il quale è entrato in politica: evitare in tutti i modi di finire in galera. Solita tattica: accerchiato dai suoi comportamenti per nulla cristallini e quindi dalla giustizia italiana, il Cavaliere finge di rilanciare, parlando per qualche giorno del vero problema che attanaglia il Belpaese (la crisi economica, secondo lui risolvibile con la modifica dell’art. 41 della Costituzione, non si sa per quale motivo), salvo poi – con gli appositi prestanome – continuare a farsi i fatti suoi. Eccovi l’ennesima conferma della vera faccia del berlusconismo: altro che «rivoluzione liberale» per un «nuovo miracolo italiano», tutte le forze sono concentrate per ottenere l’impunità del solito noto. Cassato nella sostanza il legittimo impedimento, ripartono i processi di vecchia data? Si rischia anche un nuovo rinvio a giudizio? Ecco che allora riprende la marcia del processo breve, l’ennesima legge ad personam per salvare il nostro tuttora incredibilmente intonso premier dall’appuntamento con la giustizia.

Oggi Enrico Costa, capogruppo Pdl nella Commissione Giustizia della Camera, ne ha chiesto la calendarizzazione, preannunciando di fatto un’accelerazione dell’iter di approvazione. Cosa dice l’ennesimo aborto giuridico pensato per tenere fuori il capo dalle patrie galere? Per farla breve (rinviamo all’esaustiva voce di Wikipedia per i dettagli), l’estinzione dei processi dopo 6 anni dall’inizio dell’azione penale, cioè di un gran bel numero di procedimenti giudiziari, visto che – secondo i dati del ministero guidato da Alfano – la media nazionale per chiuderli definitivamente corrisponde a 5 anni. Secondo il Csm – l’organo di autogoverno delle toghe, non il primo che passa – con la prima versione del ddl targata Gasparri-Quagliariello-Bricolo (tutti e tre senza una laurea in Giurisprudenza) sarebbero andati in fumo «tra il 10 e il 40% dei dibattimenti». È vero che la versione approvata al Senato il 20 gennaio 2010 prevede effetti meno devastanti (la somma degli anni per arrivare a sentenza definitiva resta pari a 6, la distribuzione nei tre gradi però è più ragionevole, prevedendo più tempo per il primo, generalmente più lento); resta però la spudoratezza della norma, ovviamente incostituzionale e destinata ad abbattere ulteriormente la già moribonda giustizia italiana. Tutto ovviamente sempre e solo per lui. Due sono le motivazioni che ci permettono di accusarlo senza tema di smentita.

1) Se già non bastasse il tempo comunque esiguo per arrivare ad un verdetto definitivo, la legge prevede una norma transitoria che la fa valere anche per i processi in corso con pena indultabile (cioè per i quelli che giudicano i reati commessi prima del maggio 2006), come ad esempio quello per la corruzione di David Mills e quello per i diritti Mediaset, due dei tre procedimenti giudiziari aperti contro Berlusconi.

2) Come ha spiegato Repubblica, «prevedendo la possibile bocciatura del legittimo impedimento, il Pdl, lontano dai riflettori, in questi mesi ha chiuso le audizioni degli esperti. Quindi il ddl può entrare subito nella fase degli emendamenti. Proprio questo ddl può essere utilizzato come legge-madre, come contenitore per ulteriori norme favorevoli al Cavaliere, ad esempio una limatura dei tempi di prescrizione per chi risulta incensurato (è il caso del premier)». Così si potrebbe far fuori anche il terzo processo che pende sul bitumato capo di Berlusconi, quello per Mediatrade, in cui è accusato di appropriazione indebita fino al 2006 e frode fiscale fino al 2009.

E per lo scandalo legato a Ruby? Che si può fare, visto che non è ancora nato (la richiesta di rinvio a giudizio è attesa per i prossimi giorni)? Aspettiamo ancora fiduciosi la porcata, certi che alla fine il nostro troverà – per usare le parole usate dal grande Maurizio Gasparri dopo la bocciatura del lodo Alfano – «un avvocato, un Ghedini o un Ghedoni, che troverà un cavillo», magari l’abbassamento della maggiore età, come già impunemente ventilato in questi frenetici giorni. Tanto nessuno avrebbe nulla da ridire: è da 17 anni che la politica italiana continua a battersi per evitare il carcere al pover’uomo, per farlo difendere dai processi e non più nei processi come tutti gli altri cittadini (linea condivisa – lo ricordiamo per i sostenitori della non meglio precisata “alternativa” – anche dal sempre ottimo Pd con Enirco Letta, nipote di Gianni, braccio destro del solito imputato). Soprattutto quando a guidare il Paese ci sono loro, quelli del «governo del fare», che continuano a minacciare elezioni anticipate nel caso in cui non passassero le riforme nonostante siano ben consci del fatto che non possano passare, proprio perché così possono rimanere tutti lì, nell’attesa di farle, truffando i cittadini che le aspettano, mentre continuano a bivaccare, all’ombra dell’uomo che li mantiene con i soldi pubblici affinché lo salvino facendo anche finta di fare qualcosa, come il «governo del fare».


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Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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