il grande dittatore recensione del film di charlie chaplin wild italy

#Imperdibili Il grande dittatore, Chaplin al suo meglio

Il grande dittatore di Charlie Chaplin, l’ultima apparizione del Vagabondo in una grandiosa opera di satira politica

 

il grande dittatore recensione del film di charlie chaplin wild italy

Da sempre poco arrendevole all’uso del sonoro nel suo cinema, con Il grande dittatore (1940) Charlie Chaplin realizza un audace – e fortemente allusivo – racconto di satira politica, che sa ben mescolare brillanti momenti comici da “vecchia scuola” del cinema muto, ad altri “sonori” – come l’oramai leggendario finale, reso grandissimo dal monologo in chiusura di pellicola.

A 80 anni di distanza, la forza narrativa e l’impatto emotivo de Il grande dittatore, non perdono d’intensità, per un racconto dichiaratamente comico, che sa però ben alternare momenti romantici ad altri profondamente drammatici – come spesso accaduto lungo tutta la filmografia di Chaplin, da Il monello (1921) a Tempi moderni (1936) passando per Luci della città (1931).

Dopo aver prestato servizio nella Grande Guerra, un barbiere ebreo (Charlie Chaplin) è costretto a restare in ospedale per alcuni anni per curare le proprie ferite, rimanendo all’oscuro dell’ascesa del dittatore fascista Adenoid Hynkel (Charlie Chaplin). Quando l’uomo fa ritorno nel quartiere d’origine, rimane sconvolto dai terribili cambiamenti avvenuti ed assieme ad una ragazza coraggiosa (Paulette Goddard), si ribella alle ingiustizie perpetrate dal regime.

Se sono ariano? No, vegetariano

Se la trovata comica alla base del racconto de Il grande dittatore – ovvero lo scambio d’identità tra il barbiere e Hinkel – avviene solamente in chiusura di secondo atto e tramite un piccolo espediente narrativo, in modo semplice e vivace, è nel corso del dipanarsi del racconto che Chaplin lavora su una struttura narrativa che si fa forte di due archi speculari e paralleli. Mentre il barbiere ebreo fugge dalle camicie grigie (ovvero nere, sotto censura ndr) infatti, Hinkel spadroneggia, fa discorsi a caso in tedesco maccheronico, inciampa nel bel mezzo del corridoio e “gioca con il mondo” nel suo ufficio.

Laddove l’arco narrativo di Hinkel/Hitler procede attraverso un progressivo depotenziamento, nonché diminuzione della sua dimensione da “dittatore tutto d’un pezzo” all’interno del racconto – specie nell’incontro con Napoloni/Mussolini, è il barbiere ebreo ad essere oggetto di un arco di trasformazione da scuola del cinema, passando dall’accettare terrorizzato il proprio ruolo da eroe, al celebre momento del monologo finale, di riscatto delle masse dinanzi agli oppressori. Nel realizzare il tutto, una sequenza di eventi da slapstick comedy, dai brillanti momenti comici, dall’andamento lineare e in piena scioltezza.

Scene madri legate a doppio filo

In tal senso, quelle che rappresentano le due scene madri alla base del racconto – il “giocare con il mondo” di Hinkel e il sopracitato monologo in chiusura di pellicola del barbiere ebreo – sotto mentite spoglie – sono da ritenersi come momenti opposti e speculari nell’economia del racconto, perché appartenenti alle due anime narrative de Il grande dittatore.

Il “giocare con il mondo” di Hinkel infatti – oltre a essere l’ultimo grande gioiello cinematografico da “Chaplin muto”, è una sequenza fatta interamente di piani medi e di movimenti di regia tutto sommato scolastici, senza troppi guizzi, ma che sanno ben rendere la drammaticità del momento storico, di un dittatore pazzo convinto di avere il mondo tra le mani – e che finisce con l’esplodergli in faccia.

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Se la sequenza dell’ufficio rappresenta – seppur solo a livello metaforico e non scenico – la fine di Hinkel, è il celebre discorso finale a porsi in totale opposizione, come la conclusione dell’arco narrativo del barbiere ebreo, nonché del racconto stesso.

Nel monologo finale infatti, Il grande dittatore – che fino a quel punto riesce a trattare la tematica dell’oppressione razziale verso gli ebrei senza mai scadere nel pietismo e nel didascalismo, anche nei momenti più drammatici (affidati nella totalità a Paulette Goddard) – racchiude in sé tutta la carica patetica del racconto, in modo però funzionale.

Il canto del cigno del Vagabondo

La filmografia di Chaplin è da sempre segnata da finali formidabili, basti pensare alla camminata a braccetto verso un futuro incerto di Tempi moderni (1936), o la romanticissima sequenza della rivelazione in Luci della città (1931) tra il Vagabondo e la fioraia – probabilmente il più grande finale mai scritto. Il grande dittatore non è da meno.

Chaplin rompe la quarta parete, guarda dritto in camera, e seppur rivolgendosi a livello scenico ai soldati, parla in verità a tutti gli uomini e donne del mondo, declamando un monologo di libertà e fratellanza dal messaggio – oggi più che mai attuale – che supera i confini del tempo, arriva dritto ad incastonarsi tra le nostre sinapsi.

È questo il canto del cigno del Vagabondo, personaggio creato per L’ombrello di Charlot (1914), che dopo trentasei anni appende cappello a bombetta e bastone da passeggio al chiodo, e le cui prime “vere” parole parlando di speranza per un futuro migliore in cui “le nuvole si diradano, comincia a splendere il sole. Prima o poi usciremo dall’oscurità verso la luce, e vivremo in un mondo nuovo: un mondo più buono, in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità“.

 

 

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Fonte immagini: imdb.com.


About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: vivere di cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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