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Il lascito di un gigante: Umberto Eco

Ieri notte, nel suo appartamento milanese, si è spento Umberto Eco, un intellettuale puro che ha votato la propria vita al sapere tout court e che ha saputo conciliare studi semiologici di complessità profondissima (Trattato di semiotica generale, 1975) a incursioni nell’attualità e nel quotidiano (Fenomenologia di Mike Bongiorno, 1963), partendo da dialoghi sulle opere d’arte (Opera aperta, 1962).

Eco era tutto questo ma anche molto altro. Ridurre in poche righe la sua sterminata produzione saggistica e narrativa è certo impresa impossibile, ma qui si vuole piuttosto dare rilevanza a come egli abbia interpretato il ruolo di intellettuale; si può ben dire che Eco appartiene a quella élite di personaggi italici che godono di una fama mondiale, una élite composta da nomi quali Federico Fellini, Ennio Morricone e molti altri. Personaggi la cui caratura è incontestabile anche al di fuori dei loro confini nazionali, come è avvenuto per Eco: il già citato Trattato di semiotica generale è studiato nelle università di mezzo mondo e il suo romanzo più celebre (Il nome della rosa, 1980) è stato tradotto in più di cento lingue e ha venduto circa 14 milioni di copie. Di rado un intellettuale può vantare simili cifre, le quali di solito sono più consone a quella “letteratura di consumo” tanto deprecata dalla schiera professorale di cui, tra l’altro, lo stesso Eco faceva parte (dal 1975 era professore emerito di Semiotica a Bologna).

Eco, nonostante la celebrità, era quanto di più lontano da tale letteratura: i suoi romanzi non hanno mai trattato temi banali e non hanno mai avuto una vicinanza a certe facilonerie di alcuni autori di massa. Rifuggiva la suspense fine a se stessa e le significanze univoche, come testimoniano alcune opere quali Cimitero di Praga (2010) e Numero Zero (2015). Se il primo assumeva a pretesto le vicende storiche del XIX secolo per trattare temi quali la falsificazione e il complotto, il secondo si cala nei mesi caldi di tangentopoli per trattare un tema ben diverso e quasi opposto: la verità e l’oggettività a livello giornalistico, irraggiungibile secondo Eco, il quale vedeva la stampa semplicemente come «macchina del fango» a scopo di «delegittimare l’avversario».

A riprova della complessità del suo scritto è esemplare la querelle con uno dei maggiori autori di massa al mondo, il romanziere Ken Follett che, paragonato ad Umberto Eco, dichiarò: «un parallelo nato dal Nome della rosa, ambientato nel Medioevo, che ha però un lungo pezzo centrale molto descrittivo, noioso. Io invece cerco di evitare di annoiare mortalmente i lettori. A Eco preferisco Dan Brown». Un po’ come preferire Alexia a Mia Martini.

La sua ultima fatica, Pape Satàn Aleppe, uscirà postuma e nel titolo dice tutto: il verso di dantesca memoria è uno dei più oscuri di tutta la Commedia e alcuni filologi pensano che il suo significato sia nullo: è quindi perfetto per descrivere la «confusione dei nostri tempi». Infatti l’opera raccoglie i suoi contributi per la rubrica de L’Espresso (Le bustine di Minerva) dal 2000 ad oggi e si pone come proposito quello di raccontare «la società liquida» e i suoi sintomi.

Umberto Eco si è dimostrato senza dubbio uno dei più originali osservatori dei nostri tempi. Ma con la sua morte non lascia un vuoto incolmabile: al contrario, stimola la riflessione dei giovani intellettuali e scrittori che avranno il dovere, un domani, di analizzare la società e alzare i toni del dibattito pubblico.


About

Nato a Roma nel 1992, consegue studi classici ad Anzio e attualmente frequenta un corso di laurea di secondo livello in Storia e politica internazionale, presso l'Università di Roma Tre. Scrive per Wild Italy dal 2015, la sua aspirazione più grande è lavorare scrivendo e divertendosi, con il costante obiettivo di cambiare prospettiva. COLLABORATORE SEZIONE POLITICA E SEZIONE CINEMA


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