Il pareggio di bilancio… un’arma a doppio taglio

Il 17 aprile è stato approvato il decreto legge sul pareggio di bilancio in costituzione. Questa soluzione è stata adottata dal governo Monti per evitare che i prossimi governi ricorrano alla spesa pubblica per ricevere consenso (Berlusconi docet).
Purtroppo però non si sono calcolate le conseguenze economiche di questa legge.

Guardando i telegiornali, non si sente altro che recessione, bisogno di crescita, disoccupazione alle stelle e pressione fiscale troppo alta. Queste appena elencate sono le conseguenze della scelta di cui parlavamo poco fa. Dovendo rispettare questa legge non si può effettuare quella spesa pubblica che nel lontano 1937, attraverso il New Deal ideato da Roosevelt, permise agli U.S.A. di superare la Grande Depressione dei primi anni trenta.

Nei giorni scorsi, sia la Corte dei Conti che la Banca d’Italia hanno espresso numerose preoccupazioni riguardo al rischio di corto circuito che potrebbe colpire il binomio rigore-crescita. Il governo ha risposto picche, con il vice-ministro Grilli che ha spiegato: “Prima di ridurre le tasse bisogna sanare i conti pubblici”.

Come un gatto che si morde la coda, il governo cerca la crescita ma non può raggiungerla, per rispettare il vincolo di bilancio; di conseguenza questo causa la recessione, che riporta lo spread alle stelle ritornando al punto di partenza.

L’ordine con cui bisognava agire era equità, rigore e crescita; purtroppo l’equità è rimasta una chimera e di conseguenza il rigore è stato un massacro che ha bloccato la crescita. Ne conviene che per interrompere questo circolo vizioso l’unica soluzione è ripartire da zero: mettendo l’equità al primo posto, facilitando così la crescita, che si può effettuare soltanto attraverso la spesa pubblica. Quando lo capirà questo governo?

MATTEO ROSELLI

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