Il processo ai Chicago 7 recensione

Il processo ai Chicago 7, il film Netflix di Aaron Sorkin tra farsa e impegno civile

Aaron Sorkin e il ritorno al trial legal, Il processo ai Chicago 7 con Sacha Baron Cohen, Eddie Redmayne e Mark Rylance

Al di là di un mero discorso artistico, Il processo ai Chicago 7 (2020) di Aaron Sorkin merita ogni parola possibile per la vicenda di cui tratta; gettando così un occhio critico sul processo-farsa che i Chicago 7 dovettero affrontare tra il settembre 1969 e il febbraio 1970.

Nonostante tutto però, il film prodotto da Dreamworks Pictures e Cross Creek e distribuito da Netflix ha avuto tutt’altro che vita facile; è dal 2006 infatti che si vocifera delle sorti produttive del biopic che inizialmente prevedeva Steven Spielberg in cabina di regia e Aaron Sorkin all’epoca “semplice” sceneggiatore. L’intenzione del cineasta de Jurassic Park (1993) era di realizzare l’opera in prossimità delle elezioni presidenziali del 2008; con Sacha Baron Cohen – ora come allora – nei panni di Abbie Hoffman e Will Smith come Bobby Seale. Proprio sul più bello però, la produzione fu sospesa a causa di uno sciopero della Screen Actors Guild; costringendo così, Il processo ai Chicago 7, al cosiddetto development hell restandovi in stallo per i successivi dieci anni.

Dopo l’esordio alla regia con quel Molly’s Game (2017) con più ombre che luci, Sorkin e Spielberg si sentono pronti e decidono di riesumare il progetto – il resto è una delle opere cinematografiche a stampo politico più interessanti del decennio.

Nel cast della seconda regia di Aaron Sorkin figurano, oltre al sopracitato Baron Cohen, Eddie Redmayne, Yahya Abdul-Mateen II, Frank Langella, Jeremy Strong e Mark Rylance; e ancora Michael Keaton, Joseph Gordon-Lewitt, John Carroll Lynch, Alex Sharp, Damian Young e John Doman.

Chi erano i Chicago Seven?

I Chicago Seven dell'omonimo film

I Chicago Seven sono stati un gruppo di attivisti (Abbie Hoffman, Jerry Rubin, Tom Hayden, Rennie Davis, John Froines e Lee Weiner), accusati dal governo americano d’associazione a delinquere e istigazione alla sommossa. Il gruppo era noto anche come Chicago Eight perché, per alcuni mesi, a processo venne mandato anche Bobby Seale, vice-presidente delle Pantere Nere; che tuttavia non aveva alcun legame con le attività pacifiste di Hoffman e soci.

Il processo ai Chicago 7, durato sei mesi tra la fine del 1969 e l’inizio del 1970, si trovò, suo malgrado, al centro del dibattito nazionale; questo a causa della sua natura da “processo-farsa”, motivato unicamente per via del ruolo socio-politico assunto dagli attivisti all’interno del movimento controculturale e d’opposizione alla Guerra in Vietnam.

Trial legal al sapore di Fortunate sonSasha Baron Cohen come Abbie Hoffman in una scena de Il processo ai Chicago 7

Schiereremo in Vietnam la Prima Divisione di Cavalleria e altre forze armate con lo scopo di incrementare il numero dei nostri soldati da 75.000 a 125.000 con effetto quasi immediato. Si renderà quindi necessario un incremento delle forze combattenti; le reclute arruolate mensilmente passeranno da 17.000 a 35.000.

Il Presidente Lyndon Johnson, l’incremento delle forze armate americane per la Guerra in Vietnam; mani che aprono cassette delle lettere e una cifra di 382.386 uomini di età compresa tra i 18 e i 24 anni chiamati alle armi. All’ombra degli assassinii di Martin Luther King e Bob Kennedy si apre il racconto de Il processo ai Chicago 7; da cui si evince il marchio di fabbrica del Sorkin-regista – una codifica d’immagini fatta di un montaggio netto, incisivo, al pari del tono dei suoi dialoghi seriali.

Qualcosa a cui Sorkin ci aveva già abituato con il suo esordio registico, ma che trova conferme in Il processo ai Chicago 7; essenziale nell’economia del racconto, perché permette di porre le basi del contesto storico-scenico in modo compiuto. Nel sapore di un vento di cambiamento tra What’s going on e Fortunate Son, Sorkin ci presenta i suoi rivoluzionari sette protagonisti a coppie, in rassegna, in modo calcolato e preciso. Il Davis di Sharp e l’Hayden di Redmayne. L’Hoffman di un istrionico Cohen e il Rubin di Strong; e ancora il Dellinger di Carroll Lynch e il Seale di Abdul-Mateen II.

Mondi agli antipodi, differenti platee, ma stessi ideali di giustizia sociale, a cui Sorkin pone l’accento attraverso sagaci raccordi narrativi; regia fluida, montaggio netto e una delicata digressione temporale con cui Sorkin codifica le basi del conflitto scenico che è al contempo solida backstory e giustificazione narrativa della connotazione legal del racconto.

La rilettura del genere tra farsa e le cronache dell’epocaYahya Abdul-Mateen II, Mark Rylance e Eddie Redmayne in una scena de Il processo ai Chicago 7

Lo sviluppo del racconto permette a Sorkin di ampliare le maglie relazionali, ora introducendo le ragioni del vice-Procuratore Schultz di un Gordon-Lewitt quasi Costnerianoà la JFK”; ora con il Kunstler di un misurato e intenso Rylance. È chiaro sin dalle prime battute della connotazione trial-legal, come con Il processo ai Chicago 7 non ci troviamo dinanzi a un racconto tipizzato; Sorkin infatti, permea la solida narrazione di una sfumatura farsesca tra i siparietti involontariamente comici di Cohen e Langella e difensori legali assenti; riflesso di come tale processo ci viene consegnato dalle cronache dell’epoca.

Un processo politico mascherato da civile, in bilico tra auto-affermazione degli individui e d’ideali di giustizia etica; strumentalizzazioni di pacifismo ricalibrato come violento, in un incedere dei giorni con cui Sorkin dispiega la coltre attorno alla manifestazione chicaghese tra montaggio alternato a cavallo dei mesi, e momenti con cui alleggerire la tensione. Tutti elementi con cui valorizzare la carica atipica del racconto, in una latente a-linearità condita di dialoghi brillanti e sequenze di cruda e realistica violenza, che conferiscono a Il processo ai Chicago 7 vivacità e ritmo.

Bobby Seale, le Pantere Nere e una natura narrativa mutevole

Yahya Abdul-Mateen II e Mark Rylance in una scena de Il processo ai Chicago 7

È morto, lui aveva un sogno e adesso ha una pallottola in testa. Martin è morto, Malcolm è morto, Medgar è morto, Bobby è morto, Gesù è morto. Loro ci hanno provato in pace, noi proviamo qualcos’altro.” In apertura di racconto è così che prende vita il Bobby Seale di Yahya Abdul-Mateen II. Con l’emergere della problematica da trial legal, crescono esponenzialmente le dimensioni caratteriali del Rylance benevolo avvocato grishmaniano; e proprio del sopracitato personaggio di Abdul-Mateen, la cui criticità acquisisce spessore ora nella componente etnica, ora nel suo ruolo da co-fondatore delle Pantere Nere.

Agenti scenici che così trovano opposizione nella dimensione caratteriale antagonistica del Giudice Hoffman di Langella; espediente con cui Sorkin manipola la narrazione e la sua polarità, asciugando così il racconto della sua coralità per ridurlo a una dicotomia bene/male dai contorni più classici: Kunstler/Hoffman, Rylance/Langella – l’avvocato progressista e benevolo contro il simulacro dell’oppressione politica.

Un continuo giocare con l’anima identitaria del racconto tra processo politico e civile, di cui Sorkin allarga sempre più il divario con il dispiego dell’intreccio; in una climax rievocativa in parte dell’enfasi di quella de Codice d’onore (1992) affidata a un Redmayne che cresce alla distanza, mette la freccia, e si prende la scena tra applausi scroscianti e un elenco di nomi scritto con il sangue.

La consacrazione del Sorkin regista

Una scena de Il processo ai Chicago 7

È questo Il processo ai Chicago 7, un’opera che vive di sprazzi e momenti, di tanta retorica politica e di uno sviluppo tutt’altro che armonico; ma che al contempo si fregia di una grande cura dialogica e di un comparto attoriale che è pura estasi tra cast principale e secondario. È soprattutto la prova della maturità per l’Aaron Sorkin cineasta, che dopo uno (s)cult come il sopracitato Molly’s Game, riesce a delineare una propria identità registica ben separata da quella da sceneggiatore.

Ne Il processo ai Chicago 7 non troverete battaglie dialogiche degne di West Wing – Tutti gli uomini del presidente (1999-2006), o The Newsroom (2012-2014); piuttosto solidità, compattezza e una regia silenziosa, fluida ed efficace. Qualcosa che ci fa ricordare della forza del cinema nel saper rielaborare le lezioni del passato al servizio del presente; attraverso un racconto che è innovazione del genere, e al contempo rievocazione dei toni – e delle atmosfere – del cinema d’impegno politico degli anni Settanta.

Il processo ai Chicago 7 è disponibile su Netflix dal 16 ottobre 2020.

 

 

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Fonte immagini: imdb.com.


About

Nato in Sicilia da madre umana e padre probabilmente alieno, ha un blaster sul comodino e uno zaino protonico dentro l’armadio. Malato cronico di Cinefilia dal 1989, dopo aver passato una vita a studiare i Classici Greci e Latini prima, la Letteratura Russa Ottocentesca poi, e per ultimi i Social-Media e le teorie sociologiche di Marshall McLuhan e Erving Goffman, si trasferisce a Roma per poter finalmente realizzare il suo sogno: vivere di cinema, diventare sceneggiatore e costruire il suo personale Millennium Falcon. COLLABORATORE SEZIONE CINEMA


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