Minzolini

Il quarto grado per Minzolini: tu chiamale, se vuoi, “eversioni”

Quanto successo giovedì mattina al Senato non riguarda soltanto Augusto Minzolini. La votazione che gli consente di rimanere parlamentare nonostante una condanna definitiva mina infatti le fondamenta dello Stato di diritto.

CRONACA DEL CASO MINZOLINI.

Fonte: Il Secolo XIX

Assolto in primo grado nel febbraio 2013, Minzolini è stato condannato in appello (ottobre 2014) e poi in Cassazione (novembre 2015) per l’“allegro” utilizzo della carta di credito fornitagli dalla Rai mentre era direttore del Tg1. Minzolini in particolare non è riuscito a motivare ai giudici una serie di spese che ammontano a oltre 65mila euro. Di qui la condanna per peculato e l’interdizione dai pubblici uffici a due anni e sei mesi.

Tra il primo grado e l’appello, Minzolini era intanto divenuto senatore di Forza Italia. In virtù della legge Severino, approvata nel 2012, la carica è tuttavia incompatibile con i pregiudicati condannati a pene superiori a due anni per reati contro la pubblica amministrazione, come appunto il peculato. Per questo la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato, investita del caso subito dopo il pronunciamento della Cassazione, il 18 luglio scorso ha votato per la decadenza di Minzolini da parlamentare.

Il voto in aula di giovedì sulla carta doveva chiudere la questione approvando la relazione della Giunta. A sorpresa, però, questa è stata respinta. Ai voti dell’intero centrodestra (Lega, Forza Italia e Ncd) si sono aggiunti quelli di 19 senatori Pd, decisivi per l’esito finale insieme con le 14 astensioni e le 24 assenze registrate nello stesso gruppo parlamentare. Minzolini, che ha comunque annunciato le sue prossime dimissioni, resta così per il momento senatore.

GLI APPIGLI PER LA MANCATA DECADENZA.

La discussione che ha preceduto il voto è stata caratterizzata dalla difesa di Minzolini da parte di alcuni suoi colleghi. Riprendendo le argomentazioni addotte dallo stesso giornalista durante le sedute della Giunta, l’attenzione è stata focalizzata soprattutto su tre temi:

1) Minzolini è un perseguitato, perché uno dei giudici della corte d’Appello ha svolto attività politica nel centrosinistra; 2) Il rovesciamento dell’assoluzione imponeva di ascoltare nuovamente tutti i testimoni durante l’appello, cosa che non è avvenuta; 3) Il reato è stato commesso prima dell’approvazione della Severino: la decadenza acquisisce quindi valore retroattivo, risultando incostituzionale.

Le rimostranze sono state accolte dalla maggior parte dei senatori. Lo dimostrano, soprattutto per quelli del Pd, le interviste del giorno dopo a Pietro Ichino e a Rosaria Capacchione.

IL QUARTO GRADO PER I POLITICI.

Eppure, non avevano senso di esistere. Con l’eccezione del terzo, totalmente infondato (la decadenza non è paragonabile a una sanzione: è solo la conseguenza del venir meno di uno dei criteri stabiliti dalla legge per essere senatore), i ragionamenti esposti durante la seduta di giovedì esigono di entrare nel merito del processo. Cosa possibile, sia ben chiaro. Ma solo a determinate condizioni, descritte nell’articolo 68 della Costituzione.

Senato

Fonte: Polisblog

Che cosa si stabilisce con esso? Semplicemente che il Parlamento può intervenire sulle decisioni della magistratura se sospetta un fumus persecutionis contro uno dei suoi membri, ma soltanto prima della conclusione del procedimento giudiziario; non dopo, come nel caso di Minzolini. E solo per respingere l’utilizzo delle intercettazioni o una misura restrittiva nei confronti del parlamentare; non per cancellare una parte della condanna, come l’interdizione dai pubblici uffici comminata a Minzolini.

Non c’è altro modo di dirlo: la mancata decadenza di ieri ha ferito la canonica tripartizione dei poteri. Realizzando il sogno di molti, si è aperta la strada per l’istituzione del quarto grado di giudizio, riservato ovviamente ai politici, chiamati a giudicarsi tra loro.

I SEGNALI AI CITTADINI.

Quanto successo giovedì non rappresenta soltanto la prevaricazione della politica nei confronti della magistratura e dell’uguaglianza di tutti i cittadini. La mancata decadenza di Minzolini lancia anche altri chiari segnali agli italiani.

In primo luogo, certifica da un nuovo punto di vista che il Parlamento è composto da molti voltagabbana. Ieri infatti il Senato si è rimangiato una legge approvata appena cinque anni fa a larghissima maggioranza (256 sì a Palazzo Madama, 480 a Montecitorio). In secondo luogo, lo ha fatto in spregio alle procedure: non ha pensato di abrogare la norma; l’ha semplicemente ignorata in un caso in cui doveva essere applicata. Per quale motivo allora un italiano dovrebbe credere al valore della politica? Perché dovrebbe affidare la propria rappresentanza a degli incompetenti? Perché, soprattutto, dovrebbe continuare a obbedire alle leggi approvate dai politici, se questi arrivano a non rispettarle?

P.S. TORNA BERLUSCONI

Tra le possibili conseguenze della mancata decadenza di Minzolini, una pare certa: il ritorno di Berlusconi. Leggetevi l’intervista di giovedì al suo avvocato, Ghedini; poi provate ancora a sostenere che, all’interno del Pd, i «berlusconiani di complemento» non esistono.


About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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