Il referendum istituzionale del 2 giugno 1946

L‘anniversario della Repubblica Italiana è un giorno ritornato a essere festa nazionale nel 2001, grazie all’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, dopo che per più di vent’anni le celebrazioni erano state spostate alla prima domenica del mese.

Il problema di quale forma dovesse avere lo stato italiano una volta finita la guerra si era posto già nel 1944, quando il governo Bonomi decise che si sarebbe eletta un’Assemblea Costituente incaricata, oltre che di redigere la Costituzione, anche di scegliere, appunto, il nuovo ordinamento dello Stato. Nel 1946 un decreto del governo De Gasperi stabilì però che questa decisione spettasse a tutti gli italiani, chiamati alle urne per la prima volta a suffragio universale maschile e femminile.

Subito ebbe inizio la battaglia fra i due schieramenti. Da una parte comunisti, socialisti e repubblicani; dall’altra liberali, qualunquisti e, naturalmente, monarchici. La Democrazia Cristiana decise per lo schieramento repubblicano solo dopo una lunga e accesa discussione all’interno delle propria fila.

La monarchia tentò di rilanciare la propria immagine, e lo fece anzitutto con l’abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto, in una palese operazione di lifting, che allontanava il sovrano troppo compromesso con il fascismo per introdurre il giovane erede, decisamente più presentabile anche dal punto di vista puramente estetico.

Il 10 maggio l’ultimo re d’Italia, in un proclama al popolo, sottolineava come la scelta del padre fosse dettata dalla volontà di contribuire a una serena valutazione dei problemi dell’Italia post-bellica, e si dichiarava pronto a piegarsi alla volontà popolare, qualunque essa fosse: «Io accetterò il responso del popolo liberamente espresso, e chiederò ai fedeli sostenitori della monarchia di rispettare anch’essi senza alcuna riserva la decisione della maggioranza», ripeterà ancora alla vigilia del referendum  La monarchia tentò anche di guadagnare tempo, di far slittare la data a un giorno indefinito, per permettere di pronunciarsi anche ai reduci che dovevano ancora tornare (o, almeno, questa era la motivazione ufficiale della richiesta).

Nonostante i timori della vigilia, giustificati da alcuni disordini, il giorno delle elezioni tutto si svolse nell’ordine assoluto e nel pieno rispetto delle regole. L’affluenza alle urne fu altissima, l’89,1%. Durante lo spoglio, si diffusero voci che volevano il sorpasso della monarchia, soprattutto al sud, dove, in effetti, il vecchio ordinamento raccolse maggiori consensi. Ma i controlli stabilirono che a favore della Repubblica aveva votato il 54,3% dei votanti, contro un 45,7% che si era espresso a favore della monarchia. Un margine non alto, quindi, pari a circa due milioni di voti, sufficienti comunque perché la Corte di Cassazione lo registrasse come valido e permettesse il proclamarsi della Repubblica, costringendo re Umberto II, il 13 giugno, alla partenza per Cascais, nonostante le proteste perché, a suo dire, i risultati erano stati diffusi prima che fosse terminato lo spoglio di tutte le schede. Forse questo è stato l’unico passo poco reale del re di maggio, obbligato a un’eredità quantomeno difficile e destinato a un esilio dignitoso, durante il quale l’unica richiesta avanzata allo Stato italiano fu quella di morire o, almeno, essere sepolto in terra italiana.

Recenti sono le discussioni intorno all’opportunità di portare la sua salma e quella del padre nel Pantheon, dove riposano Umberto I e Vittorio Emanuele II. C’è chi ritiene che bisognerebbe accondiscendere a tale richiesta, perché solo il Paese che riconosce in toto la propria storia è in grado di andare avanti. È vero, ma in un paese normale, non là dove il capo del governo lamenta di non avere sufficiente potere e, per rafforzare la propria tesi, fa proprie le parole di un dittatore.



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