Il seme di Tangentopoli

Sembra di essere ritornati al lontano 1992: ad uno ad uno iniziano a cadere i nuovi corrotti ed i nuovi corruttori. C’è chi parla e c’è chi tace preferendo coprire gli amici dei favori. La lista Anemone, i ministri, politici, protezione civile, ogni giorno che passa la macchia d’olio della corruzione si allarga. Ma bisogna veramente essere sorpresi? Oppure il seme di Tangetopoli non è stato veramente distrutto ed ha continuato ad espandere le proprie radici sotto terra? Forse sarebbe bastato prestare un po’ più di attenzione e ricordarsi di un discorso che fece Di Pietro, non più da magistrato, all’apertura dell’anno accademico della Scuola tributaria “Ezio Vanoni” a Roma e che è ben riassunto nel libro si Federico Orlando “Il Sabato andavamo ad Arcore”:

“1) L’evasione fiscale è quasi sempre condizione, anzi precondizione necessaria per la corruzione di politici, amministratori, pubblici dipendenti, ufficiali e sottoufficiali dei Corpi repressivi dello Stato. Non è possibile combattere a fondo la corruzione se non si limita innanzitutto l’evasione. Ne consegue che credere di aver fatto pulizia in Italia decapitando la classe politica corrotta e qualche imprenditore o funzionario presunto concusso, è un inganno.

2) I grandi e meno grandi imprenditori che si sono dichiarati concussi dai politici, in realtà hanno messo in atto da tempo sofisticate tecniche per creare, fuori bilancio, fondi destinati a mazzette e tangenti

3) La magistratura e gli apparati fiscali impegnati a reprimere l’evasione combatteranno sempre contro mulini a vento se non si porrà mano a riforme che rendano il Fisco più giusto e meno vessatorio, l’evasione meno conveniente e attraente; e se non si realizzerà quello spazio giuridico internazionale, di cui s’era già parlato per la lotta al terrorismo, che consenta di rimuovere i vincoli esagerati all’attività investigativa e colpire gli intoccabili paradisi fiscali.

E’ un po’ buffo che tutte le grandi imprese italiane abbiano un terminale operativo in qualche paese sconosciuto o microscopico: è vero o non è vero che non c’è impresa che si rispetti che non abbia una partecipata a Hong Kong, a Curacao, nel Liechtenstein, o nelle Virgin Islands? E se è vero, a che servono? Certo, è un diritto delle grandi aziende ottimizzare il carico fiscale, snellire le procedure doganali; ma c’è una finalità ignobile, come la creazione di partite di giro per occultare risorse. Alla base della corruzione c’è il denaro, uno lo dà e uno lo prende. Quindi occorre avere dei fondi extrabilancio, cioè creare evasione ed elusione per poi corrompere. Non è con le voraci pretese dei politici che gli imprenditori possono giustificare i loro falsi in bilancio. […] Questa è la Tangentopoli della società civile: la società di quelli che schiacciano Internet, spostano miliardi sulle autostrade telematiche, mentre noi (giudici) dobbiamo fermarci al confine, fare la rogatoria da Roma a Milano, da Milano a Roma, da Berna a Lugano. […] Non si può sopportare che vi siano luoghi dove si comprano società di comodo, non un chilo di mele, ma una società di Hong Kong, tre delle Bahamas, scatole vuote: vi deposito i soldi (fino a mille miliardi, scusate se è poco) e so che li metto in una società che non è nessuno: l’ho costruita io. Poi chiude, e diventa un modo per rendere inesigibili i capitali, per farli diventare neri.”

Anche oggi i magistrati combatteranno contro la nuova Tangentopoli della società politica ma non riusciranno a continuare la lotta contro il vero seme di questo marciume che è la Tangentopoli della società civile.

Lo Stato, anziché educare il cittadino ad un comportamento civile e legale, mette in atto scudi fiscali, depenalizza il falso in bilancio, riduce i tempi di prescrizione e si appresta ad approvare leggi contro le intercettazioni. Lo Stato per primo non vuole che il seme di Tangentopoli venga debellato. Ci dimenticheremo presto di Anemone e della sua lista così che tra qualche anno ci sorprenderemo ancora dell’ennesima Tangentopoli e ci ritroveremo a scrivere e leggere le stesse cose di oggi perché in fondo, agli italiani, va tutto bene così.

STEFANIA



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