Il senso di Umberto per la legge

E dire che basterebbe veramente poco. Anche solo una conferenza stampa ad hoc, col solo triumvirato Bossi-Maroni-Calderoli e una stringatissima dichiarazione, una cosa tipo: «Chiediamo scusa a tutti i nostri elettori, ci siamo sbagliati: la Lega non doveva tornare da Berlusconi per ottenere i suoi obiettivi, perché semplicemente quest’uomo è troppo preoccupato a salvarsi dalla galera per pensare anche alle nostre proposte politiche. Sì, lo abbiamo sempre saputo, lo abbiamo anche sostenuto per tutto il periodo 1995-1998 ma, avendo capito che con quella sinistra non si poteva fare nulla, ce ne eravamo tornati all’ovile. Adesso basta però: ribadendo le scuse al nostro elettorato, lasciamo l’onorevole Berlusconi al suo destino processuale, per tornare a parlare veramente di politica, cosa impossibile finché lui rimarrà con noi». Il trionfo alle prossime elezioni sarebbe garantito, visto il persistente stato comatoso dell’opposizione italiana e l’odio (sì, l’odio) che monta contro il Cavaliere, colui il quale tiene bloccato il Paese da 17 anni perché impegnato 24 ore su 24 a scappare dai pm. E invece no. La Lega gli rimane ancora accanto, sorreggendo ancora una volta il moribondo. Lo fa col leader maximo, Umberto Bossi, che nel sorreggerlo si copre ulteriormente di ridicolo con le sue dichiarazioni da semplice analfabeta politico. Secondo il Senatur infatti, «i pm non dovevano chiedere il rito immediato». L’argomentazione è semplice: sulla richiesta di autorizzazione a procedere alla perquisizione dell’ufficio di Spinelli, «il Parlamento si era espresso a maggioranza assoluta», bocciandola. Logica conseguenza: «Facendo così, pare che non rispondano più a niente». Sì, perché «il giudice naturale era un altro». Conclusione: «Sembra una guerra totale: è la magistratura contro il Parlamento».

Dopo queste cazzate sesquipedali, urge un breve corso accelerato di fondamenti della democrazia italiana per il più volte fintamente laureato ministro. Partiamo ovviamente dalla frase che spiega tutto, quella sui magistrati che non rispondono a nessuno. Ci torna in mente una dichiarazione di un altro esponente del centrodestra, teoricamente un po’ più aduso alle questioni giuridiche, l’onorevole avvocato Gaetano Pecorella, quello che ha svelato l’idea di abbassare la maggiore età (la nuova emergenza nazionale?) e che – difendendo il fu lodo Alfano davanti alla Consulta – ha definito la figura del presidente del consiglio come «super pares», in barba al solito articolo 3 della Costituzione. Era il 3 febbraio del 2002 quando il difensore di Berlusconi dichiarò quasi incredulo: «La magistratura si comporta da vero e proprio potere a sé, che non risponde a niente e a nessuno». Assurdo? Incredibile? Illegale? No. Semplicemente, costituzionale. Basta prendere il primo articolo del quarto titolo della Carta, il 101esimo del fondamento della nostra Repubblica: «La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge». Stop.

Da qui discendono tutte le facili confutazioni delle restanti frasi leghiste. Lasciando perdere il fatto che il rinvio degli atti alla procura che le ha negato di perquisire il luogo di lavoro di Spinelli – secondo gli inquirenti, colui che saldava i debiti del nostro premier con i bastimenti di gnocca che frequentavano la sua villa ad Arcore – non corrisponde per niente all’obbligo per i magistrati di interrompere le indagini, ci preme ricordare che non basta un voto del Parlamento per bloccare le procure. È dal 1993 che i politici non hanno più questa possibilità, da quando cioè è stato riformato l’art. 68 della Costituzione con maggioranza bulgara (525 sì, 5 no e un  astenuto alla Camera; 224 sì, 7 astenuti e nessun no al Senato) in seguito all’indignazione popolare suscitata da Tangentopoli. Da allora – senza invasioni di campo dei magistrati: hanno fatto tutto da soli – anche gli onorevoli possono essere indagati e processati come tutti gli altri cittadini (sono rimasti tutelati dal voto parlamentare solo per le intercettazioni, le perquisizioni o l’arresto). Ecco spiegato come mai Bossi possa essere definito un completo «analfabeta politico»: crede (o forse purtroppo spera) che la magistratura sia sottoposta al potere esecutivo o – in questo caso – a quello legislativo. Per fortuna non è così.

Proseguiamo. Basandosi su questa visione distorta della separazione dei poteri, il leader della Lega ci spiega come i giudici e i riti per celebrare i processi li scelgano i politici. Qui il nostro mette in evidenza la completa ignoranza di un libercoletto intitolato Codice di procedura penale, quello che regola in tutti i suoi aspetti i vari processi penali. Quello, quindi, che delimita le possibilità di richiesta per il rito abbreviato, che chiarisce come individuare il «giudice naturale» che spetta ad ogni cittadino che deve avere a che fare con la giustizia (art. 25 della Costituzione) e che – soprattutto – indica le sedi e i modi per contestare legalmente le scelte degli amministratori del potere giudiziario. Chi decide se per la concussione e la prostituzione minorile ci sono le prove evidenti che giustificano il giudizio immediato? Bossi? No, il gip (che deciderà entro 5 giorni), in base agli artt. 453-455 di questo codice. Se si pensa che la procura o il giudice siano incompetenti, come si può difendersi? Andando in tv ad urlare? No, avvalendosi degli artt. 4-16, 21-27 e 34-44 di questo codice, che prevede tutte le possibili situazioni. Già, perché tutto si basa su un assunto molto semplice: le grane giudiziarie di qualsiasi tipo si devono risolvere nell’alveo giudiziario. Per questo esistono le infinite possibilità di ricorso: per garantire che alla fine di tutto le parti siano stato tutelate il più possibile, senza il Bossi di turno che si improvvisi “toga verde”.

Date queste semplici basi, dovrebbe risultare chiaro come la magistratura non stia andando contro il Parlamento o addirittura in guerra: sta solo facendo il suo dovere, nell’indipendenza che le viene riconosciuta dalla Carta, evidentemente ignorata (o semplicemente calpestata) da un ottimo numero di onorevoli, sempre proni al Suo volere, anche a costo di giocarsi la faccia e la reputazione, solo per farGli da stampella in questa lunghissima agonia. Andando contro anche ai loro interessi.


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Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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