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Il sogno infranto di Obama

Scritto da Alessandro Aimone il 2 - November - 2010 Letto 734 volte

Sembrano ormai lontani i giorni in cui il nome di Barack Obama suscitava entusiasmo in tutto il mondo. E non solo per essere il primo afroamericano ad insediarsi nello Studio Ovale, ma soprattutto per l’impressione che potesse davvero essere l’uomo giusto al momento giusto, l’unico in grado di risollevare il suo paese da una crisi economica senza precedenti e di restituirgli una reputazione sulla scena globale che dall’11/9 in avanti si era sgretolata un pezzo alla volta.
La speranza aveva prevalso sull’esperienza e la maggioranza dei cittadini americani si era affidata a quel ‘Yes We Can’ fiduciosa che il peggio potesse essere facilmente lasciato alle spalle. Niente di più sbagliato.
A due anni di distanza le critiche al presidente arrivano da tutte le parti, comprese quelle che l’avevano sostenuto nella sua campagna contro i repubblicani. Da sinistra lo accusano di essere un codardo pronto a scendere a compromessi su qualsivoglia argomento, da destra gli rinfacciano di aver aumentato a dismisura la presenza dello stato negli affari economici e finanziari privati, dal centro gli ricordano che la distanza tra le sue capacità di oratore e quelle di presidente è diventata abissale. Insomma, i sorrisi, gli abbracci e le pacche sulle spalle sembrano ormai un ricordo.

Le elezioni di medio termine che si svolgono oggi potrebbero rivelarsi una pesante battuta d’arresto per la ambizioni di Obama e dei democratici di guidare in solitaria il paese fino alla fine del mandato presidenziale. I sondaggi danno infatti per scontata la vittoria dei repubblicani alla Camera dei Rappresentanti e un deciso avanzamento degli stessi al Senato.
Il voto degli americani potrebbe rivelarsi più contro il presidente che a favore dei repubblicani, e questo dimostra che il sentimento prevalente tra l’elettorato sia la rabbia. Rabbia soprattutto per come sta andando l’economia, che vede una lenta ripresa dovuta più agli sforzi e agli investimenti dei consumatori e delle imprese piuttosto che agli interventi del governo. Obama ha commesso l’errore (che pagherà) di promettere che le sofferenze dovute alla recessione sarebbero terminate in tempi brevi, mentre risulta evidente come nonostante qualche piccolo miglioramento la crisi dell’economia reale avvolga ancora l’intera nazione e il pericolo di una seconda ondata di recessione sia costantemente in agguato.

Certo, ad Obama vanno riconosciuti i meriti per le scelte coraggiose e giuste che ha compiuto in questi primi due anni di mandato, considerando anche le difficoltà che il sistema politico americano pone nel mettere in atto grandi cambiamenti; il piano di aiuti approvato poco dopo la sua elezione e la strenua opposizione a qualsiasi forma di protezionismo commerciale sono solo due esempi di come le sue intenzioni siano state buone fin dall’inizio. La riforma del sistema sanitario nazionale è stata un’altra grande iniziativa con un forte impatto sociale, sebbene in molti abbiano sostenuto che sarebbe stato più opportuno attendere l’uscita dalla crisi prima di affrontare un simile sforzo economico. In politica estera la scelta di lasciare – parzialmente – l’Iraq e di modificare l’atteggiamento delle truppe in Afghanistan ha lasciato intendere l’intenzione di distaccarsi dalle politiche guerrafondaie repubblicane che avevano portato gli Stati Uniti ad un isolamento politico e diplomatico spaventosamente pericoloso per la stessa sicurezza dei suoi cittadini.

Quello che non ha funzionato, e che causerà un’emorragia di voti ai democratici, sono stati tanti piccoli errori commessi in sequenza; dettagli che singolarmente non avrebbero influito, ma che raggruppati nell’arco di ventuno mesi hanno scalfito la sua immagine creata e modellata con certosina attenzione durante la campagna elettorale del 2009. I più evidenti sono stati l’aver lasciato che le sue battaglie diventassero terreno di scontro politico tra i due maggiori partiti, l’aver abbandonato l’aerea più prospera economicamente e con il più alto potenziale di sviluppo – la Silicon Valley – che vedeva in lui un investimento sicuro per gli anni a venire e l’aver cercato con una certa superficialità l’appoggio dei repubblicani sulle questioni fondamentali del suo programma, che avrebbero invece dovuto essere un punto di incontro per il bene nazionale.
Gli Stati Uniti si sono poi ritrovati in un limbo di incertezza sia all’estero – dove ad oggi risulta difficile determinare quali siano gli amici e quali i nemici – sia dentro i suoi confini, dove sono sorti forti dubbi – e non solo da parte dei suoi oppositori politici – su come verranno affrontate le spese per mettere in atto la riforma sanitaria, sul futuro energetico di un paese ancora troppo dipendente da carbone e petrolio e su come ridurre drasticamente il deficit che impedisce una crescita economia indispensabile per uscire dalla recessione.

Il popolo, si sa, non ama l’incertezza, e gli elettori americani non sono da meno. Ecco perché oggi Obama si troverà di fronte ad un muro persino più alto di quello incontrato durante la corsa per la Casa Bianca. Resteranno così due anni per dimostrare di essere ancora quell’uomo di talento e di belle speranze che ha fatto sognare milioni di cittadini desiderosi di vedere finalmente un vero cambiamento. Spetterà a lui – e a lui soltanto – riprendere in mano quel sogno e trasformarlo finalmente in realtà.

ALESSANDRO AIMONE ©2010

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