“Il sonno della figlia” di M. Polidori: poesia onirica

il-sonno-della-figlia (1)In un periodo in cui la poesia sta lentamente scivolando via dalla nostra società, dove la parola “poeta” sta perdendo il suo valore, ecco apparire una nuova opera di Marco Polidori (tra gli altri: menzion d’onore al Premio Eugenio Montale, del 1990 e del 1991): Il sonno della figlia – My daughter’s sleep.

Luigi Amendola, giornalista, sottolinea come: “L’originalità di Polidori si trovi proprio nell’incalzare delle figure, nel metodo di versificazione fluida e caparbia dove la strofa intervalla i silenzi, le pause opportune a riprendere fiato prima della sorpresa successiva”.

L’opera, edita dall’Armando Curcio Editore, è una raccolta di poesie varie e termine migliore non lo si potrebbe trovare: si toccano i temi più disparati, dall’amore per la propria figlia – una poesia “nella quale ogni genitore può ritrovarsi”, così la descrive un’intervistata del pubblico durante una presentazione tenutasi a Roma – fino all’invettiva verso l’uomo avvelenatore della natura in “Hanno ammazzato il mare”, senza dimenticare l’amore per gli animali, la critica a chi nega la libertà e la particolare tematica del “maledetto foglio bianco”, nemico degli scrittori, in “La tragedia del foglio bianco”. Gli argomenti però non sono l’unico elemento soggetto a una così elastica molteplicità: anche lo stile è differenziato, spostandosi dal verso libero alla rima (come nell’ “Angelo nel parco”, la più bella delle poesie a mio parere), a volte avvicinandosi alla Spaziani (della quale il poeta è stato allievo) a volte “scomodando” Ungaretti, specie in opere come “Luce al Neon”, dove il titolo è inscindibile dalla poesia e ne è elemento complementare.

Una particolare menzione meritano alcuni componimenti. Oltre a “Il sonno della figlia” – sulla quale credo che dica tutto la citazione sopra riportata – per quanto lapidaria sia, soffermiamoci un attimo su “Il berretto e lo chador”, una poesia che può apparire edulcorata, ma con profondi echi sociali. Essa è un faro puntato su un problema sul quale fin troppo spesso si chiudono gli occhi. E al di là dell’inno alla bellezza, è un’accusa diretta a chiunque tiranneggi la libertà, oscurandola sia pure con un velo.

tevere_01-VBC’è poi “Fiumicino”, un moderna visione dell’antico tema del mare come simbolo di libertà. Qui, il raffronto tra l’antico e il moderno Tevere fa emergere alla luce due degradazioni diverse ma strettamente legate tra loro: da un lato quella umana della perdita della libertà, dall’altro quella attuata dall’umanità sul fiume.

Infine la più bella, a mio avviso, “Angelo nel parco”, una visione onirica sfuggente quanto la neve che fa da sfondo alla poesia. Le parole prendono forma nell’armonico ritmo della rima baciata, accompagnata a qualche verso irrelato (non rimante con altri) che non turba affatto la musicalità del componimento. Di suo, la lirica è fortemente introspettiva ed emotiva, dai tratti a volte ermetici, e ha risultati diversi a seconda dei lettori, ma proprio per questo può essere definita la migliore.

Molte altre sono le poesie presenti in questa raccolta, lunghe o brevi, piene di tenera dolcezza o a volte di aspra invettiva, portatrici del pensiero e delle riflessioni dell’autore, con cui si può essere più o meno in accordo, ma del quale non si può non riconoscerne la bravura e, soprattutto, l’immensa cultura.

 

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Studentessa di Editoria e Scrittura presso la Sapienza di Roma. COLLABORATRICE SEZIONE CULTURA.


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