Il valore legale della laurea: abolirlo oppure no?

Nel nostro paese questo argomento è stato da sempre fonte di grande discussione, fin dal1861 (subito dopo l’unità d’Italia). Sul tema sono state dette tante cose, anche tante stupidaggini, spesso sulla spinta di interessi di settore. Proviamo a rimettere in ordine la vicenda e capire di quale riforma ci sarebbe veramente bisogno per garantire i diritti di tutti.

L‘abolizione del valore legale del titolo di studio, specialmente quelli di livello universitario, rappresenta una tematica da molti anni oggetto di discussioni a vari livelli, discussione che spesso si accavalla con la polemica sul ruolo degli ordini professionali e che spesso si spinge a paragoni arditi con le norme di altri paesi europei e non. 

Fonte: ilsole24ore.com

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Il titolo di studio, secondo la scienza dell’educazione, è un certificato che attesta l’insieme di conoscenze e competenze apprese nel corso di studi. Le forme con cui viene data certezza pubblica a questo assunto, e garanzia della qualità della formazione secondo canoni socialmente accettati, variano da a Paese a Paese a seconda del tipo di ordinamento giuridico. In Italia al titolo di studio non è attribuito un valore legale in senso proprio, ma esso rappresenta un requisito di legge per poter esercitare alcune professioni o accedere a concorsi pubblici. Quindi il valore intrinseco e di tipo accademico mentre il valore legale lo si acquisisce in automatico in conseguenza dell’accesso alle professioni protette o ai concorsi pubblici. Infatti il possesso del titolo di studio è requisito necessario per essere ammessi ad un esame di Stato, propedeutico all’iscrizione ad un Albo Professionale, o ad un concorso nella pubblica Amministrazione.

La corrente di pensiero favorevole all’abolizione del valore legale, esiste da svariati anni e in alcune occasioni sono stati presentati disegni di legge a tal fine, ma non sono mai stati convertiti in legge. Addirittura in un caso fu fatta una delega legislativa dal Parlamento al Governo, ma anche in questo caso non se ne fece nulla e il tempo della delega fu fatto scadere. Se andasse però avanti tale ipotesi, quali sarebbero le novità? Molto probabilmente l’abolizione del valore legale quale requisito di accesso all’esame di stato, implicherebbe una ridefinizione in ampliamento delle competenze degli ordini professionali, che in qualche modo diverrebbero dei co-gestori con le università riguardo le scelte dei percorsi formativi.

A questo punto si comprende ancora di meno la distinzione dottore in ingegneria e ingegnere, tra  dottore in legge e avvocato, etc. Allora inevitabilmente bisogna fare una riflessione sugli ordini professionali, anch’essi a più riprese oggetto di iniziative parlamentari finalizzate alla loro abolizione. Ricordiamo che l’ordine professionale è un ente organizzato e istituito per legge al fine di garantire la qualità delle prestazioni svolte, definire i limiti minimi e massimi delle tariffe, coordinare attività formative in quel determinato ambito disciplinare, gestire l’albo professionale. Spesso gli ordini hanno anche una loro cassa di previdenza. Quindi dovrebbero essere una garanzia sia per gli iscritti, sia per coloro loro i quali si rivolgono ai professionisti.

Questa rappresentazione è molto teorica e si ha la sensazione che gli ordini in realtà siano una sorta di associazione di categoria, qualcuno direbbe una lobby. La sensazione deriva da fatti concreti, per esempio dal fatto che la cancellazione di un iscritto dagli ordini per gravi motivi deontologici o professionali, è un fenomeno pressoché inesistente. Ma anche per altri aspetti come la mancanza di trasparenza nella rotazione dell’affidamento di incarichi professionali. Da ricordare anche la scarsissima lotta degli Ordini all’esercizio abusivo della professione. Al contrario si rilevano molti comportamenti assai discutibili tesi a facilitare i figli e i familiari già iscritti. E’ evidente che alcune di queste casistiche rappresentano una patologia e non possono essere i motivi per sposare la tesi dell’abolizione degli ordini.

Fonte: giovannacosenza.wordpress.com

Fonte: giovannacosenza.wordpress.com

La discussione, invece, si deve concentrare sull’utilità degli ordini e sul loro eventuale ostacolo alla liberalizzazione reale delle professioni. L’esigenza di un mercato efficiente e competitivo dei servizi professionali, che consenta di contenere i costi per le imprese e i privati che se ne avvalgono, è condivisa dalla maggior parte degli analisti economici. L’urgenza della riforma deriva anche dal costo del mantenimento dell’attuale sistema. Chi vi scrive non ha tutte le certezze, tranne una. Se la riforma si vuole fare, deve essere in una logica globale, andando a toccare in contemporanea l’aspetto del valore legale del titolo di studio e quello della riforma degli ordini.

Io ritengo che sia più decisiva, per una svolta delle professioni, la riforma degli ordini. Perché effettivamente la loro sopravvivenza sembra più finalizzata ad una autoreferenzialità che non ad una effettiva esigenza della collettività. Peraltro esiste la direttiva 2005/36/Ce sulle professioni con la quale l’Unione europea ha deciso che gli Ordini restano come longa manus dello Stato. La direttiva 2005/36/Ce sulle qualifiche professionale consente invece agli Stati membri di delegare parte della gestione delle professioni a organismi autonomi, come gli Ordini professionali. Era previsto che gli Stati membri avessero due anni di tempo, sino a settembre 2007, per adeguarsi.  Ad oggi nulla è accaduto. 

(Fonte dell’immagine di copertina: daily.wired.it)


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Classe 1955, è un ingegnere dei trasporti laureato nel 1980 e ha sempre lavorato nel settore. Dirigente Generale dello Stato dal 1998, ha ricoperto vari incarichi di alto prestigio: direttore generale del Trasporto Pubblico Locale, Capo Dipartimento del trasporto aereo e marittimo, Presidente al Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, Commissario Straordinario di governo presso la Presidenza del Consiglio, Direttore dell’Agenzia Nazionale della Sicurezza delle Ferrovie. Appassionato del suo mestiere e di tutto quello che fa cultura, ha avuto tante esperienze anche nel campo della pianificazione territoriale e dei trasporti, negli aspetti gestionali ed economico-finanziari, nei rapporti con la Comunità Europea. Professore a contratto presso l’Università di Roma La Sapienza in corsi e master di Trasporti. BLOGGER DI WILD ITALY


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