isis

L’Isis e i mali (necessari) dell’informazione

Sono ormai parecchi mesi che una fetta enorme dell’attenzione mediatica mondiale è assorbita da ISIS, detto anche Stato Islamico o Daesh (corrispettivo arabo di ISIL, Stato Islamico di Iraq e del Levante). Gli ultimi attentati di Bruxelles, all’aeroporto e alla stazione della metro Maelbeek, hanno ulteriormente alzato il livello di concentrazione, già molto catalizzato dopo il famigerato 13 novembre dello scorso anno; nel mondo in cui viviamo oggi l’informazione ha assunto forme completamente diverse rispetto a pochi decenni fa, riusciamo a sapere tutto e subito, anche se ciò che abbiamo sotto gli occhi è sovente frutto di processi lunghi e difficilmente sintetizzabili. Per cui, anche su temi delicati come la questione Mediorientale è possibile disquisire per le strade, nei bar e dal parrucchiere, e se da un certo punto di vista questa può essere considerata come una conquista della globalizzazione, da un altro assistiamo a una generale banalizzazione di qualsiasi contenuto, proprio perché tutti ne parlano. In effetti finché il Medio Oriente è rimasta una polveriera lontana e invisibile la nostra coscienza collettiva se ne è occupata poco; se vogliamo, neanche l’11/9 ha smosso il nostro immaginario quanto hanno fatto gli attacchi a Parigi e Bruxelles. Forse tendevamo a lavarcene le mani, forse la consideravamo una bega tra Stati Uniti e Al Qaeda. Ed è anche naturale che sia così, dal momento che le logiche di identificazione seguono precisi schemi. Tuttavia cercare di aggirare il pensiero comune e affilare lo sguardo aiuta a sconfiggere la psicosi e le paure, nonché gli spiriti guerrafondai: è per questo che capire le logiche del mondo che ci circonda potrebbe tornare più utile di condividere video di esplosioni e foto di corpi martoriati e violentati dal terrorismo.

Il primo passo verso questa direzione è comprendere non tanto la vera natura di ISIS ma soprattutto il mondo islamico tout court. Il presidente statunitense Barack Obama ha riconsiderato di recente la posizione militare degli USA sulla base di una profonda riflessione: i più grandi fallimenti in politica estera nella storia americana hanno come comune denominatore l’incomprensione dell’avversario e del suo ambiente. Intervenire non è sempre la strada giusta, soprattutto in un ambiente peculiare come quello islamico, caratterizzato da frammentazioni interne tra tribù che lo rendono impossibile da prevedere; tutto ciò, a detta di Obama, è alla base degli errori compiuti durante il mandato di Bush jr. il quale sottovalutò gli sviluppi di un intervento militare in Iraq, così come anche lo stesso Obama sottovalutò il potere delle tribù in Libia nel 2011 quando si lasciò convincere da Hillary Clinton e non solo a intervenire militarmente per spodestare Gheddafi; tant’è vero che quando in Siria è risultato necessario un intervento militare, nel 2014, Obama si tirò indietro, scottato probabilmente dalla precedente esperienza. Al netto dei suoi errori, bisogna riconoscergli il coraggio di riconsiderare la sua posizione e di ammettere i suoi errori.

L’esperienza di Obama, ma anche la storia politica e militare, ci insegnano che le imprese militari, anche quelle con il minimo rischio (era il caso della Libia) non hanno quasi mai conseguenze prevedibili; e se questa congiuntura politica ha portato ISIS a prosperare (Alessandro Orsini li ha considerati i terroristi più fortunati del mondo) è da prendere con le dovute cautele un intervento militare in quella zona, soprattutto adesso. In questo momento storico, infatti, la situazione appare quanto mai intricata e pericolosa: il secondo mandato di Obama è in scadenza, l’islamofobia dilaga, Il populismo di Trump tiene banco, i fondamentalismi si consolidano, la forza militare della Russia è sempre più determinante e la sete di sangue delle potenze europee (soprattutto la Francia) fatica a placarsi.


About

Nato a Roma nel 1992, consegue studi classici ad Anzio e attualmente frequenta un corso di laurea di secondo livello in Storia e politica internazionale, presso l'Università di Roma Tre. Scrive per Wild Italy dal 2015, la sua aspirazione più grande è lavorare scrivendo e divertendosi, con il costante obiettivo di cambiare prospettiva. COLLABORATORE SEZIONE POLITICA E SEZIONE CINEMA


'L’Isis e i mali (necessari) dell’informazione' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares