Italia-Germania: una storia popolare italiana.

Mi sembra quasi strano scrivere un articolo di calcio, ma Italia-Germania di domani sera, volenti o nolenti, è un evento che riguarda la storia del nostro paese, della gente d’Italia. La grande Storia ricorda i capi di stato e i generali, i governi tecnici e i rivoluzionari, ma la semifinale di Euro 2012 ci racconta qualcosa di noi, è l’ultimo capitolo di una storia popolare che, i nostri nonni hanno vissuto davanti alla TV proprio come faremo noi domani.

C’è tanta Italia che ritorna domani: la televisione e la Rai che – nel bene e nel male – hanno unito il paese, il calcio giocato che lega direttamente al 1970 e al 1982, quando non c’erano i miliardari le veline i cori razzisti e le scommesse, la rivalità con i tedeschi che dopo la Seconda Guerra Mondiale è diventata qualcosa di fondativo di quelle che sono ormai le vecchie generazioni. Non mi interessa qui parlare del satanico mondo del calcio, c’è qualcos’altro che ci riguarda.

Io nel 1982 non ero nemmeno nato ma mio padre mi raccontava sempre che vide la finale dei mondiali contro la Germania in un albergo sul lago di Garda; era a far respirare aria buona a mio nonno. Il lago di Garda da Maggio a Ottobre diventa territorio tedesco per i turisti e in quell’albergo gli italiani erano pochi. Mio nonno era agitato, aveva lavorato per i tedeschi durante la guerra, contava le foglie di tabacco… Diceva sempre che i tedeschi chiedono di lavorare ed obbedire, lavorare ed obbedire e gli italiani si riconoscevano perchè erano molto più tranquilli ed accomodanti nel far rispettare le regole. La generazione dei nostri nonni è quella dei partigiani, di chi ha combattuto la Germania alleata di Mussolini tra le colline di casa nostra, tra i territori bombardati e le persone uccise, sono gli occhi che hanno visto il nostro paese distrutto dal nazi-fascismo.

Finita la guerra e durante il boom economico italiano queste persone hanno conservato una certa rivalità, non per i singoli tedeschi ovviamente e nemmeno per lo Stato tedesco, ma per la “Germania”: l’idea di un aggregato di persone che lottavano per quella bandiera, in qualsiasi campo esso fosse. Mio nonno disse a mio padre: bisognarea averghe le bandiere rosse invese che ste bluse blu (“dovremmo avere le bandiere rosse invece che queste magliette blu”). C’era qualcosa a quarant’anni dalla guerra che ricordava quella rivalità, e mio padre tra le urla di qualche tedesco rosso di birra si calò nella parte di chi doveva tifare per l’Italia, per non ferire mio nonno e l’idea della Resistenza. E ci credeva davvero.

 

Al di là di quel singolo episodio, sfide istituzionali tra Italia e Germania ricordano agli italiani che c’è ancora modo di “vendicarsi” , per la guerra, per la spocchia di un tedesco quando viene in in Italia in vacanza credendo che tutto gli sia dovuto (parlo di stereotipi italiani ovviamente, non per forza validi e realistici), ed oggi c’è la crisi e l’idea di fondo che la Germania potrebbe fare di più per l’Europa, il lieve odio per chi è messo meglio di noi e che, con la potenza economico-finanziaria che si ritrova, può comandare tutto il continente.

La sfida tra Germania e Grecia era differente: quest’ultima componente di crisi era molto forte ma mancavano i precedenti storici, mancava quel leggero senso di soddisfazione nel vedere il 2 a 0 di Alessandro Del Piero durante la semifinale del mondiale del 2006. Quella soddisfazione che non vorrei avere forse, che mi sembra stereotipata e riduttiva, ma che mi ritrovo “geneticamente”. Gli spostamenti del simbolico che unisce i popoli sono repentini, fino a due mesi fa gli italiani erano uniti dalla comune idea di crisi e la situazione affannosa dei cittadini ci univa più della bandiera o dell’Inno. Poi è arrivato il terremoto e tra la gente si è diffusa un idea di solidarietà per le terre colpite dal sisma che ha saputo sovrastare – anche se mai del tutto, è chiaro –  “l’unione economica”. Poi arriva il calcio che come sempre è capace di unire il paese più di qualsiasi altra cosa, e siamo tutti uniti, parlando con chiunque per strada ci si troverà d’accordo con quel lieve senso di comunanza che lo Stato (che ora è un nemico) e la bandiera non riescono a dare.

E non è solo patetismo, è frutto di esperienze vissute accanto ai nostri padri e i nostri nonni che – anche se per motivi diversi – la pensavano come noi, prima di noi. Ero contento quando mio padre mi raccontava che fece il bagno nel Lago quella notte mentre i tedeschi erano tutti spariti, era lui il mio eroe nazionale, ed ora mi ritrovo a rivivere le stesse emozioni che domani sera alle 20.45 parleranno di me e della mia storia, comune a molti di voi.

 ANDREA NALE

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