Italicum, tra riforma e pasticcio. Lo scettro torna al Principe?

di Carlo Magnani *

Prima c’era il “Mattarellum”, poi si è affacciato il “Porcellum”, gloria breve è toccata anche al “Consultellum”, ora si annuncia prossima la fase dell’ ”Italicum”. Negli ultimi venti anni la fantasia del legislatore si è ben esercitata sulle leggi elettorali per le Camere, applicandosi senza risparmio di immaginazione sia sul loro contenuto che sulla relativa denominazione. Aggiungiamo, inoltre, che per il Parlamento europeo vige una distinta legge elettorale; che le Regioni adottano con un forte grado di autonomia sistemi elettorali autonomi e differenziati l’una dall’altra; e che per i Comuni esiste una regola a sé che è quella della elezione diretta. Orientarsi, per un elettore, non è troppo facile.

Oggi la questione all’ordine del giorno è l’Italicum, la nuova legge elettorale per la sola Camera dei Deputati (il Senato non dovrebbe più essere elettivo). Il testo, figlio del “Patto del Nazareno”, ha perso un “padrino”, cioè Forza Italia, ma incontra forti resistenze nelle opposizioni e anche nel principale partito di governo, il PD.

Che tipo di legge elettorale è? È una riforma democraticamente soddisfacente? L’Italia è l’unico paese europeo che in due decenni ha visto cambiare quattro volte le regole con cui si esprime e si da voce alla sovranità popolare. Un assetto stabile sarebbe davvero auspicabile.

L’Italicum ricorda troppo la famigerata legge Porcellum per essere davvero apprezzabile. È uno strano mostro italico (il nome è davvero giusto!) che prova a combinare principio proporzionale con principio maggioritario. Per un verso si inserisce nella tradizione nostrana del premio di maggioranza al partito più votato: fu così con la legge Acerbo del 1923 (voluta dal fascismo e votata da liberali e popolari), con la cosiddetta legge truffa del 1953 (che almeno richiedeva la maggioranza assoluta delle liste per avere il premio, ma che non scattò e fu abrogata l’anno seguente), sino al Porcellum con i suoi premi irrazionali tra Camera e Senato. Così il sistema è proporzionale, si contano i voti, poi si assegna un vantaggio in seggi per governare al primo partito, che abbia almeno conseguito il 40%.

Per un altro aspetto la nuova legge si richiama però al principio maggioritario, mediante l’istituzione del doppio turno. I due partiti primi classificati, che sono sotto la “soglia premio” del 40%, si contendono la maggioranza in un unico e gigantesco collegio unico nazionale. Si tratta di un inedito assoluto nei sistemi elettorali, il doppio turno entro un collegio unico nazionale. Il doppio turno serve storicamente ad eleggere un candidato entro un collegio (di dimensioni ridotte); oppure va bene per l’elezione diretta del Presidente, come avviene nei sistemi presidenziali sudamericani ad esempio. Un doppio turno nazionale tra partiti, in regime parlamentare, per ricevere un premio di maggioranza non si è mai visto.

Questa è la contraddizione di fondo dell’Italicum. I collegi sono più piccoli rispetto alla legge Porcellum, è vero, saranno un centinaio, ciò comporta che ogni collegio eleggerà circa 6 o 7 deputati, garantendo un migliore rapporto tra i candidati e gli elettori, rispetto alle lunghe liste bloccate viste sinora. Gli elettori poi avranno anche a disposizione un voto di preferenza, che sarà utile solo per le liste baciate dal premio, visto che le altre eleggeranno se va bene il solo capolista. La questione delle preferenze appare davvero un dettaglio in questo contesto. In realtà sarà il collegio unico nazionale a stabilire la ricaduta nei territori dei seggi, attraverso il complicatissimo sistema del premio assegnato al secondo turno. Per non dire, inoltre, delle candidature plurime, possibili in ben 10 collegi: in questo caso le rinunce del leader conosciuto saranno le vere preferenze.

Forse si sarebbe potuta usare la parola d’ordine della “rottamazione” o del “cambio di verso” in maniera più coraggiosa, optando per un sistema più consono alla forma di governo parlamentare. Sembra si stia per ricadere nell’illusione dei primi anni Novanta, quando le leggi elettorali sono state investite di una capacità taumaturgica che ha oscurato le difficoltà del sistema dei partiti e della politica. La governabilità non dipende infatti solo dalle regole elettorali. Lo spettacolo delle candidature alle regionali prossime con partiti divisi e feudalizzati non promette niente di buono. Il principe, cioè gli elettori, si vedranno restituito lo scettro?

* docente di Diritto dell’informazione e della comunicazione, Università “Carlo Bo’ ” di Urbino.


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