Joker, la tragica faccia felice di Joaquin Phoenix

Vincitore del Leone d’oro al 76° Festival di Venezia, Joker di Todd Phillips ci porta nella Gotham City degli anni ’80 per raccontare le origini del celebre arcinemico di Batman

 

C’è stata quella ultrapop di Cesar Romero, quella megalomane di Jack Nicholson, quella anarchica di Heath Ledger, quella sadica e macabra di Jared Leto. Ora, ad aggiungersi alla lista delle più note incarnazioni del personaggio di Joker sul grande e piccolo schermo, arriva anche la versione di Joaquin Phoenix, che nel film vincitore del Leone d’oro al 76° Festival di Venezia presta volto smunto e corpo emaciato a uno dei più celebri supercriminali dei fumetti, il pericoloso clown psicopatico nemesi di Batman.

In Joker Todd Phillips (qui alla regia, co-sceneggiatura e co-produzione) scava nel passato dell’iconico villain per raccontarne l’origin story, quando ancora il Joker era solo Arthur Fleck e Bruce Wayne non era ancora Batman. Il film non aspira a ricollegarsi alla continuity degli altri blockbuster del DC Extended Universe, bensì a proporre uno stand alone “libero” che solo in parte si ispira ai fumetti da cui il Joker nasce, per proporre invece una storia inedita che racconta la progressiva ma sempre più irreversibile discesa nella follia di quell’Arthur Fleck che sarebbe poi divenuto il super villain che conosciamo. Una scelta che non si può dire sia irrispettosa delle origini fumettistiche del personaggio, considerando che in Batman: The Killing Joke di Alan Moore e Brian Bolland era lui stesso ad affermare di non essere certo dell’attendibilità dei suoi ricordi.

Sinossi

In Joker ci ritroviamo nella Gotham City dei primi anni ’80, in un momento in cui la città è in subbuglio, invasa dall’immondizia e dai ratti. Qui vive Arthur Fleck (Joaquin Phoenix), che sbarca il lunario come clown facendo pubblicità in strada e recandosi dai bambini in ospedale. Arthur deve occuparsi dell’anziana madre (Frances Conroy) ma il suo sogno è quello di diventare un cabarettista ed essere ospitato nello show televisivo di Murray Franklin (Robert De Niro). Peccato che l’uomo si ritrovi piuttosto a vivere la condizione dell’emarginato, ignorato e spesso maltrattato un po’ da chiunque, anche a causa di una patologia che lo porta a scoppi improvvisi di risa incontrollabili. Stanco di questa condizione, un giorno Arthur compirà un gesto violento e irrimediabile, che insieme a un’altra serie di eventi lo porterà a calarsi sempre più in profondità nella follia e nella criminalità.

Una risata ci seppellirà

La Gotham City filmata da Todd Phillips sembra rispecchiare la condizione interiore del protagonista, sull’orlo del collasso. Uno sciopero dei netturbini ha reso la città sporca e degradata; le risorse finanziarie sono agli sgoccioli; le disparità sociali si fanno sempre più ampie ed evidenti. In questo mondo che non si cura dei più deboli i sorrisi e le risate non hanno il sapore della gioia e della spontaneità, bensì quello della finzione, della maschera sociale che cela le pulsioni e i disagi più profondi.

“Ride” e si sente votato a diffondere allegria Arthur Fleck: con il suo costume da clown, con le sue risate incontenibili, con il suo numero da cabaret. La madre lo soprannomina “Happy” e gli inviti a sorridere sono un po’ ovunque: nelle raccomandazioni della mamma, nelle scritte a lavoro. Ma sono risate che sprigionano repressione e dolore. Le sghignazzate improvvise di Arthur sono causate da una malattia e invece che felicità sono indicatrici di un profondo malessere. I sorrisi che forza sul suo volto emanano disperazione. Il trucco clownesco nasconde ciò che la società non vuol guardare: la miseria e l’infelicità altrui.

Arthur c’è, eppure è come se non esistesse. Bistrattato, deriso e aggredito, viene visto senza pregiudizi solo da chi è ancora senza sovrastrutture: i bambini. Per gli adulti invece non è altro che uno strambo nel migliore dei casi, e un sacco di carne vestito di abiti ridicoli da percuotere nel peggiore. In questa società fratturata e indifferente in cui manca l’empatia e le luci dei riflettori sembrano puntarsi solo su soggetti da ridicolizzare, Arthur scoprirà a spese un po’ di tutti come farsi finalmente ascoltare, indossando per sempre quella maschera maligna che doveva donare sorrisi e che invece dona morte, in una deflagrante follia omicida che riversa all’esterno gli incontenibili orrori interni.

Una performance che lascia il segno

Joaquin Phoenix offre un’interpretazione magistrale, che parte dalla trasformazione fisica (per il ruolo ha perso 25 chili) per raccontare un corpo e un’anima malata, lasciando addosso il disagio del suo personaggio. Parla il corpo di Phoenix, si contorce, si distende, balla con quel senso di liberazione che gli dà l’uccidere come se in questo modo uccidesse il vecchio sé stesso, si arrampica di continuo lungo una rampa di scale come a indicare la fatica delle sue giornate ma anche l’avvicinarsi al suo vero Io, fino alla catartica discesa finale in cui anche il portamento si fa diverso.

Parla il suo viso, che da maschera dipinta diviene esso stesso maschera ormai incorporata. Ipnotica, la performance dell’attore rimane impressa post-visione come pure la sua risata agghiacciante che non ispira sorrisi né incute paura, ma evoca una richiesta di aiuto. Potrebbe anche non parlare per tutto il film il Joker di Joaquin Phoenix, ma il personaggio ci arriverebbe lo stesso forte e chiaro.

Il cinecomic secondo Todd Phillips

Prende dichiaratamente spunto da Scorsese Todd Phillips, dall’alienazione disadattata di Taxi Driver al desiderio di considerazione di Re per una notte (in una sorta di inversione dei ruoli Robert De Niro qui riveste un ruolo simile a quello che era invece stato di Jerry Lewis). E proprio come ai tempi la New Hollywood volle liberarsi dei canoni tradizionali delle major, il Joker di Phillips cerca come può di liberarsi dell’etichetta di cinecomic per quello che oggi essa evoca, allontanandosi dunque dalle produzioni Marvel per il cinema e dalle sue recenti imitazioni targate DC, per raccontare sì un personaggio dei fumetti ma nel modo più realistico possibile, a partire da scenografia e tavolozza dei colori.

Con grande attenzione ai dettagli e cura dei singoli elementi della messa in scena – compresa una colonna sonora che unisce suggestioni diverse come a seguire gli stati d’animo mutevoli del protagonista – Phillips racconta sì la nascita di un super criminale di nome Joker, ma anche una storia sulla ricerca di un proprio posto nel mondo, buono o malvagio che sia. Perché anche dietro la più atroce follia c’è pur sempre una storia umana da raccontare. E, dopotutto, “We are all clowns”, come si legge su un cartello nel film a constatazione, monito o minaccia. E se manca un palcoscenico su cui esibirsi, un’intera metropoli può farne le veci.

Joker è al cinema dal 3 ottobre con Warner Bros. Pictures

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About

Da sempre cultrice del cinema classico americano per indole familiare e dei cartoni Disney e film per ragazzi anni ’80 e ’90 per eterno spirito fanciullesco, inizio più seriamente a interessarmi all’approfondimento complesso della Settima Arte grazie agli studi universitari, che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in Forme e Tecniche dello Spettacolo. Amante dei viaggi, di Internet, delle “nuvole parlanti” e delle arti – in particolare quelle visuali – dopo aver collaborato con la testata online Cinecorriere, nel 2013 approdo a SeeSound.it, nel 2015 a WildItaly.net e nel 2016 a 361magazine.com, portando contemporaneamente avanti esperienze lavorative nell’ambito della comunicazione. CAPOSERVIZIO CULTURA


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