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Judy, Renée Zellweger porta sullo schermo la donna “oltre l’arcobaleno”

Il biopic di Rupert Goold racconta la vita e i drammi della leggendaria Judy Garland, interpretata da un’ottima Renée Zellweger

 

E’ famosa come la baby star degli anni ’30 che ha interpretato Dorothy Gale ne Il mago di Oz, ma anche come la celebrità hollywoodiana degli anni ’40 e ’50 dalla voce fenomenale, protagonista di pellicole quali È nata una stella o Incontriamoci a Saint Louis. Ma non tutti conoscono il lato più drammatico di Judy Garland, quello che la vide fallire un matrimonio dopo l’altro, preda di continui problemi di salute e crisi depressive. Ed è proprio sulla Judy Garland meno “brillante” e più tormentata che si sofferma Judy, adattamento cinematografico sceneggiato da Tom Edge per la regia di Rupert Goold del dramma teatrale End of the Rainbow di Peter Quilter, presentato all’interno della Selezione Ufficiale della 14^ Festa del Cinema di Roma.

Sinossi

Il film è ambientato nell’inverno del 1968, quando la leggenda dello showbiz Judy Garland (Renée Zellweger da adulta, Darci Shaw da giovane) arriva a Londra per esibirsi al night club alla moda “The Talk of the Town” con una serie di concerti per un periodo di 5 settimane. Lontana dai figli, oberata dai debiti e senza una casa, Judy è seguita da Rosalyn Wilder (Jessie Buckley) e si prepara allo show tra momenti alti in cui offre un grande spettacolo, e altri più bassi in cui non riesce a esibirsi di fronte al pubblico. Corteggiata da Mickey Deans (Finn Wittrock), che diventerà il suo quinto marito, Judy è esausta: lavora da quando ha due anni, vuol tornare dai figli e i fantasmi della sua infanzia mai vissuta veramente la tormentano.

Tra giovinezza e maturità

Per raccontare la figura di una delle grandi icone del cinema e della musica, Judy non sceglie la strada fantasiosa di Rocketman, ma nemmeno quella del classico film biografico che ripercorre la vita del suo protagonista a tappe e in ordine cronologico. Judy batte piuttosto la strada del biopic crepuscolare (un po’ alla maniera di Stanlio & Ollio) sviluppando la narrazione tra due estremi: gli inizi della carriera di Judy Garland, e i suoi ultimi mesi.

La prima Judy Garland che ci viene mostrata è quella sedicenne del 1939, esausta per il pesante programma di riprese de Il mago di Oz e insofferente per il controllo che lo Studio e soprattutto il capo della MGM Louis B. Mayer esercitano sulla sua vita. Judy deve rappresentare la speranza, la classica ragazza della porta accanto, e non importa che a tale scopo le sia negato quel cibo tanto desiderato ma che la farebbe aumentare di peso; che il suo compleanno venga festeggiato con mesi di anticipo; o che pillole di vario genere diventino una dipendenza che si porterà dietro per tutta la vita.

La seconda Judy è invece quella 47enne che qualche mese più tardi sarebbe morta accidentalmente a causa di un’assunzione eccessiva di barbiturici. Una Judy meno ingenua, fragile ma agguerrita al tempo stesso. Si dà da fare con le esibizioni per poter tornare dai figli e dare loro una stabilità, anche quando quello che le servirebbe è solo riposo. Beve molto e continua a ingerire quelle pillole che fin dall’infanzia non l’hanno mai lasciata. Pur con una voce che non è più quella di un tempo regala al suo pubblico le più grandi emozioni, ma anche cocenti delusioni.

Un film biografico lineare che vive della sua protagonista

Il biopic di Rupert Goold ha il pregio di non presentare una versione patinata e totalmente elegiaca della protagonista. Judy Garland è sì celebrata come la grande star che fu, ma non ne vengono per questo celati i lati più oscuri e la personalità difficile, a volte quasi impossibile. L’attrice e cantante viene mostrata nel suo aspetto forse meno sognante ma più reale e umano, rivelandone la donna dietro la “maschera da Judy Garland” che si trova a indossare ogni sera.

Lo stile del film è abbastanza classico e la costruzione narrativa lineare pur nei giochi di flashback, entrambi funzionali a un film che non vuol essere spettacolare ma raccontare quel grande spettacolo che fu Judy Garland, con qualche guizzo creativo soprattutto nelle scene che riguardano la Judy più giovane.

Coadiuvata da parrucca, lenti a contatto e protesi, e forte di un meticoloso studio sul personaggio che balza agli occhi già solo dalla postura, Renée Zellweger evita l’effetto imitazione trovando la chiave per interpretare la “sua Judy Garland”, offrendo sì una grande e spesso commovente performance attoriale quanto canora, ma che pure risente ogni tanto di qualche marcatura di troppo. L’attrice canta con la sua voce e dal vivo (tranne in un caso), sorreggendo con sicurezza sulle sue spalle buona parte del film che, con l’interprete sbagliata, avrebbe perso la maggior parte del suo valore.

Quando la realtà supera la finzione

Triste ma anche ispiratrice, la storia della Garland raccontata in Judy utilizza mezzi spesso furbetti per arrivare al cuore e alla commozione dello spettatore, riuscendo nel suo intento pur se con qualche riserva data dal suo confezionamento piacevole ma che non osa più di tanto. Un risultato probabilmente inevitabile considerato quanto la vita della Garland fosse effettivamente stata ad alto tasso di spettacolarità quanto di dramma. Basti pensare al finale, che lascia lì per lì perplessi in quanto apparentemente fittizio e iper hollywoodiano, almeno prima di scoprire che in realtà ricrea un momento davvero verificatosi durante un concerto della Garland, pur se in un’altra location.

È un film che lascia con un mix di speranza e malinconia Judy, ricordandoci che dietro ogni icona c’è una vita umana da raccontare, e quanto può essere interessante e toccante scoprire cosa si cela davvero “oltre l’arcobaleno”.

Judy sarà al cinema dal 16 gennaio 2020 con Notorious Pictures.

 

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About

Da sempre cultrice del cinema classico americano per indole familiare e dei cartoni Disney e film per ragazzi anni ’80 e ’90 per eterno spirito fanciullesco, inizio più seriamente a interessarmi all’approfondimento complesso della Settima Arte grazie agli studi universitari, che mi porteranno a conseguire la laurea magistrale in Forme e Tecniche dello Spettacolo. Amante dei viaggi, di Internet, delle “nuvole parlanti” e delle arti – in particolare quelle visuali – dopo aver collaborato con la testata online Cinecorriere, nel 2013 approdo a SeeSound.it, nel 2015 a WildItaly.net e nel 2016 a 361magazine.com, portando contemporaneamente avanti esperienze lavorative nell’ambito della comunicazione. CAPOSERVIZIO CULTURA


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