Keith Jarrett, la musica ed il silenzio

Fonte: musictour.eu

Fonte: musictour.eu

Spesso si sente parlare, e il più delle volte a sproposito, di “grandi musicisti”, utilizzando termini entusiastici per artisti che, tutto sommato, sono sì bravi ma da qui ad essere definiti dei “grandi musicisti” troppo ce ne vuole. 

Se avete voglia di ascoltare un vero “grande musicista”, l’invito è per il prossimo 12 luglio alla Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, dove si esibirà in concerto – con il suo Steinway & Sons – il leggendario pianista di Allentown, Keith Jarrett.

Per tutti coloro i quali il jazz è materia abituale, Jarrett rappresenta sicuramente oggi uno degli ultimi esempi di “grandi musicisti”, riuscendo a coniugare esibizioni solistiche improvvisate (come quella prossima a Roma o come quella famosissima “The Koln Concert” del lontano 1975), concerti in trio (con Gary Peacock e Jack DeJohnette, Standards Trio) o rivisitazioni di grandi autori di musica classica (dal “Clavicembalo ben temperato” di Bach a Handel, passando per Shostakovich e Mozart).

Con oltre novanta album al suo attivo, rappresenta uno degli artisti più prolifici in assoluto e anche se negli ultimi anni non ha inciso quasi più nulla, continua le sue esibizioni live, durante le quali viene richiesto il massimo silenzio per non inficiare la concentrazione nell’esecuzione; questo è uno dei motivi per il quale il concerto del prossimo luglio all’Auditorium di Roma avverrà al chiuso e non alla Cavea, come di consueto in estate.

Iniziò a studiare pianoforte a tre anni, cominciò ad esibirsi in pubblico a cinque e risalgono a quando aveva otto anni le sue prime composizioni, inizialmente limitate ad aggiungere qualche nota a brani di Mozart e successivamente a vere e proprie creazioni, basate molto spesso sull’improvvisazione, metodologia adottata sempre di più nella sua carriera.

Entrato nei Jazz Messengers con Art Blakey e successivamente nel quartetto di Charles Lloyd, nel 1970 venne chiamato da Miles Davis (ancora lui!!!) per entrare nel suo gruppo, alternandosi al piano elettrico ad altri due giovani, Chick Corea e Herbie Hancock;  Keith Jarrett non sopportava il suono elettrico, ma data la stima nei confronti di Davis si “violentò” e partecipò a tre album di Miles, finchè alla fine del 1971 decise di continuare la sua carriera in quartetto, quello “Americano” con Charlie Haden, Paul Motian e Dewey Redman e successivamente quello “Europeo” con Jan Garbarek, Palle Danielsson e Jon Christensen.

Di quest’ultimo gruppo voglio ricordare un album, “My song” del 1977, sotto l’etichetta ECM, che contiene la famosa “Country”, utilizzata qualche anno fa come base musicale per uno spot di una famosa casa farmaceutica.

Fonte: unita.tv

Fonte: unita.tv

Sicuramente il periodo più importante a livello creativo, a parte le sue composizioni per solo pianoforte, è stato proprio quello degli anni settanta con i due già citati quartetti “Americano” ed “Europeo”, che ha prodotto molti album, diversi tra loro per gli interpreti e le sonorità, ma con un filo conduttore che solo il piano di Keith Jarrett riesce a dare.

All’inizio degli anni ’80 comincia la sua attività in trio, come detto, con Gary Peacock e Jack Dejohnette con tantissimi album dal vivo ed in studio, con riproposizioni di “standard” arrangiati nuovamente dal gruppo.

Dotato di tecnica sopraffina, memorabili sono le sue cover di brani famosissimi (standard appunto per gli addetti ai lavori), eseguite in assolo o in trio (sempre con Peacock e DeJohnette), quali “Summertime” di Gershwin, “Somewhere Over the Rainbow” di Harburg e Arlen, “On Green Dolphin Street” di Kaper e Washington e “All The Things You Are” di Hammerstein e Kern.

Un altro aspetto molto importante della personalità del pianista è quello della sua integrità fisica che, a parte i dolori alle spalle e alle braccia dovuti alle particolari posizioni durante i concerti, proviene dall’assoluta contrarietà al vizio, inteso come alcool, fumo o addirittura droghe di qualsiasi genere.

Spesso Keith Jarrett è stato definito dai “critici” un musicista “fusion”, molto probabilmente perché il successo di alcune sue opere è stato apprezzato non soltanto dagli appassionati di jazz ma anche da un pubblico più eterogeneo, spesso dimenticando la poliedricità dell’artista e la sua facilità nel passare dai concerto solisti al piano, alle esibizioni in trio jazz ed infine a Bach e Mozart.

D’altronde si sa: chi sa fare fa, chi non sa fare insegna e chi non è in grado di fare le due cose precedenti fa il critico.


About

Appassionato di cinematografia e di musica sin dagli anni ’70, vive e lavora a Roma. Ha avuto esperienze radiofoniche negli anni ’80 e alimenta continuamente le sue passioni. Nell’ambito musicale, una particolare predilezione per il Jazz ed il Rock-Progressive. BLOGGER DI WILD ITALY


'Keith Jarrett, la musica ed il silenzio' has no comments

Be the first to comment this post!

Would you like to share your thoughts?

Your email address will not be published.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Shares