Kinks

Davies, i Kinks e la nascita di The Village Green Preservation Society

All’inizio del 1968 i Kinks entrarono in una profonda crisi; non importava quanti capolavori da tre minuti, accuratamente arrangiati e costruiti, Ray Davies riuscisse a tirar fuori dalle sue personali insicurezze, il panorama del pop britannico era cambiato radicalmente.

Fonte: en.wikipedia.org

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Nell’Inghilterra post Sgt. Pepper, infatti, ad essere considerati erano solamente gruppi che realizzavano album, e che si tenevano alla larga dai package tour nelle sale da ballo. Infatti risultò molto imbarazzante ed anacronistico l’album che i Kinks registrarono nello stesso anno, Live At Kelvin Hall, con tanto di finte urla di ragazzine, come se fosse ancora l’epoca della Beatlemania.

Per questo Davies, temendo un’altra crisi di nervi, decise di fare ritorno alle sue radici inglesi e di allontanarsi dal grande fumo nero; tornando a lavorare ad una canzone, che aveva registrato nel periodo successivo al suo tracollo mentale del 1966, Village Green, cominciò a concepire una Village Green Preservation Society, della quale i Kinks sarebbero stati la house band. Secondo suo fratello Dave: “fu un idea di Ray quella di realizzarlo come un musical. Parla di una città e della gente che ci ha vissuto, e il verde del villaggio è il punto focale di tutto”.

In verità, l’album fu un vero pastrocchio. Quelli che avevano preso vita come due distinti lavori – un album che parlava di buone maniere riservato unicamente al mercato americano, che sarebbe stato intitolato Four More Respected Gentleman e The Village Green Preservation Society – diventarono un unico lp contenente ben quindici brani. Nonostante il sacrificio all’ultimo minuto di brani come Days, Did You See His Name, Rosemary Rose e Mr Songbird, era veramente troppo dispersivo.

Il terzetto di canzoni che Davies aggiunse all’album, in ottobre, contribuì ad ammazzarlo dal punto di vista concettuale, suggerendo al tempo stesso di non riuscire a fare a meno di una visione del mondo troppo autobiografica. Last Of The Steam Powered Trains, Big Sky e All Of My Friends Where There erano tutte importanti affermazioni di Ray che anticipavano direttamente i due successivi concept album, Arthur (Or the Decline and Fall of the British Empire) e Lola Versus Powerman and the Moneygoround, Part One, ma che mandarono l’album in un posto che era più simile a Muswell Hill, sobborgo nella parte settentrionale di Londra, che non Village Green.

Le tre canzoni portavano tutte avanti la vena compositiva iniziata con I’m Not Like Everibody Else. Big Sky era inspirata a una serata trascorsa a Cannes: “con tutta questa gente che faceva affari, guardai il sole sorgere e tutte quelle persone che uscivano per andare a fare i loro affari”, Last Of The Stream Powered Trains, come ammise lo stesso Davies, parlava: “del non avere niente in comune con la gente…..parla di me che sono l’ultima dei rinnegati. Tutti i miei amici fanno parte della borghesia, adesso…..Sono ricchi e sembrano tutti felici”. Da parte sua All My Friends Where There affrontava specificatamente il suo tracollo del 1966, descritto come fosse avvenuto sul palco, circondato da amici sconcertati.

Fonte: wsj.com

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La versione riveduta di The Village Green Preservation Society uscì ancora una volta nel momento meno opportuno. Infatti la versione ufficiale, contenente dodici brani e recensita da Keith Athlam nel numero di NME del settembre 1968, quando era programmata per l’uscita, fu cancellata, dopo che Davies decise di registrare anche le suddette canzoni, ritardandone la pubblicazione. Il disco riveduto uscì il 22 novembre 1968, lo stesso giorno dell’attesissimo White Album dei Beatles.

Ray avvertì il pungente fallimento dell’album, ma presto cominciò a ricordare, malinconicamente, quella che amava chiamare: “la prima commedia musicale, genuinamente concepita, realizzata da una rock band”, anche se preferiva ricordarla per quello che avrebbe potuto essere piuttosto che per quello che non fu. Per la prima volta aveva incluso in un intero lp tutto il suo passato e i suoi fantasmi fin troppo reali.

Come disse in seguito: “Village Green è stato in qualche modo un album di pentimento, se vogliamo; da giovani avevamo ottenuto un successo incredibile, e improvvisamente, di ritorno da un tour, mi venne in mente questa cosa. Pensai a come ero stato interessato ad ottenere tutto ciò che volevo, e a come avevo voltato le spalle alle cose con le quali ero cresciuto…. era un po’ come il figlio prodigo che improvvisamente scopre il mondo che tanto a lungo ha ignorato, quelle cose che un tempo erano veramente di valore”.

Alcuni colleghi riconobbero la validità dell’opera. Pete Townshend, per esempio, lo definì il capolavoro di Ray, il suo Stg, Pepper, ma il risonante fallimento dal punto di vista commerciale, dell’album, confermò il fatto che il pubblico non teneva più in considerazione i Kinks.

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About

Federico de Feo è uno studente di Sound Design allo IED di Roma e Giornalista musicale free-lance. Scrive da alcuni anni per Impatto Sonoro, Il Cartello, Dude, DLSO, Wu Magazine, Soundwall, Parkett e Indie For Bunnies. COLLABORATORE SEZIONE MUSICA


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