Kiss – Dinasty

Conformista e sordo alle volontà dei rockettari puristi, aperto a una fascia di pubblico più ampia e meno alternativa, miscela di musica disco e hard rock, palcoscenico dell’ultimo vero grande atto di una delle più note e importanti band degli anni ottanta.

Siamo nel 1979 quando negli USA Jimmy Carter viene eletto Presidente e riallaccia i rapporti con la Cina, cade la dittatura militare di Pol Pot e in Italia le cellule terroristiche estremiste continuano a mietere vittime innocenti, mentre lo Stato dimostra la sua impotenza (processo di Piazza Fontana). Il mondo della musica risente di questi squilibri: come in una grande ressa, i vari generi si incontrano e si scontrano. La bufera punk ha investito le masse dei giovani più poveri della società, ha dato voce alla loro rabbia e al loro disagio; il rock vero e puro continua a piacere; la musica dance spopola nelle generazioni “bene” della borghesia media. Gli anni ’70 si stanno per chiudere assieme a un decennio lungo come un epoca, e con loro si chiudono molte storie diverse dopo aver seguito una parabola il cui picco è ormai alle spalle. La ferma decisione di conoscere se stessi e di aderire appieno alla propria natura inizia a vacillare. Siamo davvero ai respiri moribondi di una società che non voleva compromessi, di cui oggi si sentono solo antichi echi.

A voler dimostrare questa teoria, l’esempio è DYNASTY, settimo album dei KISS, edito dalla Casablanca Records nel maggio del 1979, dopo il primo brivido di una loro possibile separazione. L’hard rock, da loro fortemente coltivato, dopo aver raggiunto l’apice con l’album Destroyer, inizia a cedere alle tentazioni disco. Il risultato sono 9 canzoni il cui ritmo fortemente orecchiabile garantisce un successo mondiale: i pezzi vengono trasmessi di continuo nelle discoteche e scalano le classifiche. Negli anni successivi i KISS, grazie a questo album, guadagneranno addirittura 4 dischi di platino. Questo successo riposto nel cassetto, ha due scomodi vicini ( o meglio scheletri) nell’armadio: il tradimento dei supporters fedelissimi che li avevano seguiti dagli esordi e il principio di congelamento nei rapporti tra i membri del gruppo. La decisione di “abbassarsi” alla disco commerciale e al mercato, infatti, non verrà mai perdonata loro dai rockettari puristi e l’incapacità di tornare al loro apice li divide.

I risultati si riflettono nei brani: Criss viene praticamente estromesso dalle registrazioni (suonerà solamente la sua Dirty lovin’, mentre le restanti verranno curate da Anton Fig) a causa della sua tossicodipendenza e di un incidente automobilistico e gli altri componenti riescono a fare 2-3 canzoni a testa senza voler collaborare. La scaletta dell’album riflette, per importanza, il valore delle canzoni e si apre con una delle uniche due canzoni davvero celebri e importanti dell’album: “I was made for lovin’ you” e “Sure know something”, separate dall’eccelsa cover di “2,000 men” dei Rolling Stones. Queste due hit ricordano comunque il valore della band, ma sono perle molto rare in un album privo di altri spunti creativi e tecnici. Le altre canzoni, caratterizzate da un ritmo orecchiabile e testi che spesso ritornano al tema amoroso con molte sfumature, rischiano di annoiare poiché ripetitive e a volte esageratamente lunghe.

Dopo l’album successivo, Unmasked, i KISS abbandoneranno la loro formazione originaria e attraverseranno la crisi più profonda della loro carriera, la stessa crisi tipica del periodo storico in cui vissero.

MAX ZUMSTEIN



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