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Kurt Cobain, i 50 anni del leader dei Nirvana. 23 anni dopo il suo addio

Uno degli eroi del periodo “grunge”, uno dei “club dei ventisette”, un mito della musica rock e portavoce del disagio giovanile di Seattle. Se non si fosse suicidato nell’aprile del 1994, Kurt Cobain oggi (20 febbraio) avrebbe compiuto 50 anni.

Personaggio controverso, amato in modo incrollabile dai suoi fans, discusso dallo “star system” che pensava di aver trovato in lui e nei Nirvana la “gallina dalle uova d’oro”. Cobain ha rappresentato musicalmente una sorta di rinascita del movimento punk degli anni settanta, con una musicalità dissacrante, molto diversa dal quel rock quasi patinato in auge nei precedenti anni ottanta.

Non pensava certo di creare una moda con i suoi jeans strappati, le camicie a quadrettoni di flanella e le scarpe da ginnastica ai piedi, né tantomeno di aver quel successo che sicuramente lo meravigliò e allo stesso tempo lo travolse.

Il trionfo mondiale di “Nevermind”, con oltre venti milioni di copie vendute tra il 1991 ed il 1992, unito al sempre maggiore consumo di eroina ed al disordine della sua vita privata, minarono pian piano la sua voglia di vivere, le sue velleità di artista e di uomo fuori dagli schemi.

Icona di una intera generazione, come spesso accade con i front man dei gruppi rock, insieme ai Nirvana, Kurt Cobain ha infiammato gli animi con soli tre album in studio ed un live. Oltre al coinvolgimento musicale, basato su temi rock abbastanza semplici ma carichi di suoni molto aggressivi, i testi dei loro brani riconducono al sesso, alla droga ed alla solitudine.

L’emozione di averli visti dal vivo

La mia prima impressione nel vedere i Nirvana e Cobain dal vivo, alla fine del 1991 a Roma, fu un ritorno prepotente del punk nella musica rock, con l’urlo della Fender Stratocaster e la voce graffiante di Kurt Cobain, uniti alla potenza ritmica del basso di Krist Novoselic e la batteria di Chad Channing. In quella occasione presentarono “Nevermind”, appena uscito, ed il loro sound coinvolse anche tutti noi.

In effetti, nessuno, a partire dalla loro nuova casa discografica Geffen, si aspettava un successo del genere, ma soprattutto Cobain venne investito da un ciclone di popolarità, di impegni e di denaro che, dato il suo fragile equilibrio, lo sconvolse letteralmente.

Tutto ciò non fece altro che aumentare la sua dedizione alle droghe, con i problemi che ne derivarono successivamente e che, molto probabilmente, lo portarono al suicidio; tra l’altro, come per molti altri personaggi noti, alcuni sostengono che non fu un suicidio, data l’altissima quantità di eroina trovata nel suo sangue dopo l’autopsia, che non avrebbe mai permesso a Cobain di imbracciare il fucile ed uccidersi.

Nella lettera lasciata prima di suicidarsi, si evince quel suo lato oscuro con il quale conclude:

I’m too much of an erratic, moody, baby! I don’t have the passion anymore, and so remember, it’s better to burn out than to fade away”.

“ Io sono troppo un bambino incostante, lunatico! Non ho più nessuna emozione, e ricordate, è meglio bruciare in fretta che spegnersi lentamente”.

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About

Appassionato di cinematografia e di musica sin dagli anni ’70, vive e lavora a Roma. Ha avuto esperienze radiofoniche negli anni ’80 e alimenta continuamente le sue passioni. Nell’ambito musicale, una particolare predilezione per il Jazz ed il Rock-Progressive. BLOGGER DI WILD ITALY


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