L’età giolittiana

Giovanni Giolitti fu Presidente del Consiglio del Regno d’Italia quasi ininterrottamente dal 1903 alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, segnando a tal punto quest’epoca che da allora in poi è definita “età giolittiana”. Era un’epoca travagliata e difficile, per l’Italia ancora politicamente debole quella della prima vera rivoluzione industriale, con il conseguente nascere delle masse popolari, di orientamento socialista e cattolico, e delle relative istanze sociali. Un periodo, comunque, di grande progresso economico e sociale, che portò l’Italia a divenire uno stato moderno, al pari con le altre nazioni europee, cosa il cui merito va ascritto in gran parte proprio allo statista di Cuneo.

Eppure Giolitti è stato uno degli uomini politici maggiormente preso di mira. Già in vita fu oggetto di numerose vignette satiriche, pari soltanto a quelle che hanno avuto come protagonisti Cavour, Andreotti e, forse, l’attuale premier. E pesò molto sulla valutazione del suo operato il giudizio di Salvemini, il quale, seppur più tardi dovesse in parte riconsiderare quanto affermato, lo definì in sostanza uomo della malavita, con la quale non esitava ad accordarsi per raggiungere i propri scopi; un esperto del trasformismo nella sua accezione più becera.

Di certo la sua azione di governo fu poco influenzata da forti istanze ideologiche, ma piuttosto improntata a un pragmatismo per il quale non si forzavano gli eventi, ma si accoglieva ciò che poteva tornare utile, lasciando che seguissero il loro corso naturale, purché non intaccassero l’autorità dello Stato liberale. Esempio principe è la posizione assunta verso le lotte tra capitale e lavoro: nel suo discorso del febbraio 1901 (quando era ministro dell’Interno del governo Zanardelli), Giolitti, dicendo legittimi e necessari allo sviluppo economico i miglioramenti salariali della classe lavoratrici, riconobbe le Camere del Lavoro, ma decise per il non intervento dello Stato nelle questioni tra lavoratori e imprenditori. Può sembrare una scelta poco coraggiosa, ma basta pensare alle cannonate di Bava Beccaris sulla folla che protestava per il rincaro del pane solo tre anni prima, per comprendere che una simile decisione non significava affatto defilarsi. La neutralità dello Stato, comunque, e la convinzione del Primo Ministro che si potessero persuadere le masse popolari a sperare più dalle istituzioni che dai loro moti di ribellione, non impedirono i numerosissimi conflitti tra scioperanti e polizia, più di duecento in quegli anni.

Che fosse per ideologia o convenienza, le riforme sociali del governo Giolitti furono comunque molte: fissò un orario massimo giornaliero di lavoro per ragazzi e bambini; limitò l’orario di lavoro festivo e notturno; istituì un congedo di gravidanza e aumentò i sussidi per malattia e invalidità; introdusse il suffragio universale maschile. Non per niente punto di riferimento della sua politica era il programma minimo del Partito socialista, in cui rientravano le forze operaie che Giolitti voleva coinvolgere direttamente per allargare le basi del proprio consenso, conscio della scarsa rilevanza, ormai, dei partiti risorgimentali. Il successo della sua politica fu decretato nel 1904 in occasione del primo sciopero generale, voluto dai socialisti rivoluzionari. Giolitti non intervenne con metodi repressivi, ma sciolse il Parlamento e indisse nuove elezioni, dalle quali uscì indebolita la sinistra parlamentare e rafforzata l’area giolittiana, grazie anche al voto dei cattolici che contravvenirono al non expedit di Pio IX. L’affacciarsi dei cattolici sulla scena politica fu subito letto dallo statista come una buona occasione da sfruttare: pur se non riconosceva loro una precisa identità politica, sapeva che essi sarebbero confluiti nel gruppo liberale, certo non in quello marxista. Il Patto Gentiloni, quindi, cioè l’accordo secondo il quale nelle elezioni del 1913 i cattolici avrebbero votato quei candidati che si fossero impegnati a non sostenere una politica antiecclesiastica, fu uno sviluppo quasi naturale.

In campo economico, il suo programma poneva in primo piano lo sviluppo industriale, che infatti fu in quegli anni notevole. Sta forse qui la causa principale delle critiche a Giolitti. Parecchi meridionalisti sottolinearono come lo sviluppo dell’industria fosse a tutto vantaggio del Nord e a scapito del Sud, che perse con l’emigrazione gran parte della propria forza-lavoro e dei propri capitali, accelerando così la crisi agraria. In realtà il Primo Ministro non si disinteressò al Meridione, varò anzi alcune leggi speciali che avrebbero dovuto favorirne il lancio economico, ma che non riuscirono mai a toccare il cuore della questione, cioè l’esistenza della proprietà latifondista, e risultarono quindi vane quando non dannose (alcune favorirono, per esempio, la speculazione edilizia).

Dopo le elezioni del 1913, che videro l’elezione di circa duecento deputati liberali proprio grazie al Patto Gentiloni, Giolitti si dimise, vedendo la propria posizione comunque indebolita, per lasciare la guida del Paese al conservatore Salandra.

STEFANIA



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