L’Italia che guarda alla carota

Tra l’indifferenza di lavoratori, sindacati e media, la maggioranza sta per approvare (manca solo l’ultimo passaggio alla Camera) una riforma del diritto del lavoro ancora più grave di quella dell’articolo 18, che nel 2002 portò milioni di lavoratori a scendere in piazza a Roma a protestare.

Il pacchetto di norme attualmente in discussione, però, è molto più subdolo rispetto alla riforma del articolo 18. Per evitare scontenti tra la popolazione (in particolare prima delle elezioni regionali), infatti, il PDL ha ideato norme apparentemente innocue ma che, sostanzialmente, diminuiscono gravemente i diritti dei lavoratori sanciti dalla Costituzione.

Per conoscere con maggior dettaglio le norme potete leggere questo articolo di Micromega oppure il Fatto Quotidiano di ieri. In breve, vi basti sapere che le nuove norme eliminano di fatto le conseguenze giuridiche per le imprese che licenziano ingiustamente o che sfruttano i propri lavoratori (ad esempio impiegando contratti a progetto nonostante i rapporti di lavoro siano continuativi).

Sono dell’idea che una riforma del lavoro sia indispensabile in Italia e che, sì, i licenziamenti debbano essere resi più facili (soprattutto nella pubblica amministrazione, ma anche nelle aziende private). Anche i costi per le aziende dovrebbero essere nettamente ridotti. In Italia, infatti, le aziende sono così restie a dare il posto fisso perchè, oltre al costo di tutti i contributi e le tasse collegati, una volta concesso il contratto a tempo indeterminato, esso diventa quasi inattaccabile. Nonostante il problema sia evidente ormai da decenni, a causa del garantismo che nel nostro Paese regna sovrano (con gran colpa dei sindacati) le uniche leggi e riforme che hanno tentato di risolvere il problema hanno, in realtà, peggiorato via via la situazione. Le misure proposte sono sempre state solo sintomatiche e quindi miopi, col risultato che ora, oltre al problema della rigidità del mercato del lavoro, si è creata una generazione di precari sfruttati dalle aziende.

D’altra parte, se per le imprese l’alternativa ad un contratto temporaneo è solamente un (costoso e rischioso) contratto a tempo indeterminato, è comprensibile che esse decidano di utilizzare il primo tipo.

Un’altra area che necessita di una riforma è quella dei contributi per la disoccupazione e la cassa integrazione. Il sistema attuale non ha lo scopo di spingere le persone a trovare un lavoro, come invece dovrebbe essere (e com’è nella maggior parte dei Paesi occidentali), bensì, ancora una volta, di garantire loro un reddito. Lo scopo dovrebbe invece essere proprio quello di incentivare le persone a cercare un nuovo lavoro nel più breve tempo possibile. Negli Stati Uniti i contributi diminuiscono velocemente col passare dei mesi, mentre in Svezia, per esempio, essi vengono elargiti solo se i disoccupati accettano di partecipare a corsi professionalizzanti.

Il problema è che questa maggioranza e questo Governo (ma anche quelli precedenti) non hanno il coraggio di fare le riforme necessarie in modo aperto, per non mettersi contro nessuno e per non inimicarsi proprio quella fascia di popolazione da cui PDL e Lega attingono più voti. Le leggi, le iniziative e le riforme che vengono discusse sono solamente quelle più popolari o che affrontano argomenti che interessano particolarmente la popolazione (come immigrazione, tasse, etc.), mentre quelle che potrebbero essere percepite come negative da una larga parte della popolazione vengono fatte di nascosto o “sotto banco”.

L’opposizione, di contro, tace.

Se, invece, queste riforme venissero annunciate e discusse apertamente, potrebbe (e dovrebbe) scaturirne un dibattito pubblico, così comune in altri Paesi e così raro nel nostro, che servirebbe a generare consapevolezza dei problemi e delle soluzioni possibili e a garantire che le persone siano in grado di valutare le decisioni prese dai loro rappresentati in Parlamento e al Governo. Però, mentre questi ultimi, nella triste realtà di oggi, ci bastonano, l’Italia continua a guardare la carota.

FRANCESCO



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