La battaglia per l’oro blu

L’acqua, l’oro blu del terzo millennio. Per questo bene in alcune zone del mondo, in modo particolare in Africa, scoppiano sanguinosissime guerre anche solo per il controllo di pochi pozzi. Nel Sudamerica alcuni stati si stanno muovendo per garantire ai propri cittadini l’accesso gratuito alle risorse idriche, escludendo dalla gestione idrica i privati e le società che non sono diretta emanazione delle pubbliche volontà. In alcune città australiane sono state vietate addirittura le bottiglie d’acqua per favorire il consumo dell’acqua pubblica.

E in Italia?

In Italia sono in vigore la legge 133 del 2008 (legge Tremonti), il decreto legge 135 (D.L. Fitto-Ronchi) e il decreto 152 del 2006. Sfortunatamente per i cittadini del Belpaese la legge Tremonti rappresenta l’autorizzazione a soggetti giuridici privati (senza esclusioni) di poter entrare come soci economici all’interno delle aziende che forniscono e/o gestiscono la distribuzione idrica (CFR. art. 23 – bis); il D.L. Fitto-Ronchi vieta la gestione delle risorse idriche alle associazioni pubbliche; l’art. 150 del decreto 152 invece individua e normalizza la gestione e l’affidamento del servizio idrico, mentre l’art 154 dello stesso decreto sancisce <<l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito>>. Le conseguenze della privatizzazione dell’acqua, soprattutto quando i soci azionisti sono aziende quotate in borsa, sono la lievitazione dei prezzi e la loro suscettibilità ai “capricci” della borsa. Solo nella provincia di Arezzo (dove è stata privatizzata la “Nova Acque” da parte della francese “Suez”) negli ultimi anni gli aumenti sul servizio idrico sono saliti del 150%.

La reazione è rappresentata dal “Coordinamento Nazionali Enti Locali per l’Acqua Bene Comune e la Gestione Pubblica del Servizio Idrico”, nato dal 2008 dopo l’approvazione della legge Tremonti e che oggi conta 116 comuni. Il prossimo 20 marzo ha indetto una manifestazione nazionale a Roma dallo slogan << Fuori l’acqua dal mercato, fuori il profitto dall’acqua>>, mentre tra il 24 e il 26 marzo il sindacalista del Cgil porterà presso la Corte di Cassazione la richiesta di abrogazione di tali atti e << dopo le regionali partirà la raccolta firme, e si andrà a votare nel 2011>>.

I vantaggi dell’acqua pubblica sono molteplici: riduzione dell’impatto ambientale e dell’inquinamento dovuti allo sfruttamento delle risorse per fabbricare le bottiglie e i relativi trasporti; riduzione dei costi e delle spese delle famiglie; riduzione dello sfruttamento delle falde acquifere utilizzate dalle multinazionali; miglioramento della qualità della vita ( l’acqua pubblica dovrà rispettare rigidissimi standard di qualità).

L’acqua è un bene preziosissimo: oggi nel mondo muoiono otto milioni di persone per disidratazione e altri venticinque milioni per cause derivate dalla scarsità d’acqua o dal suo non essere potabile. In media in Africa una persona consuma circa 25 litri d’acqua in un giorno, in America 300, in Europa 250. In Italia si consumano circa 260 litri d’acqua potabile pro capite, con una percentuale di spreco alla fonte del 15%, destinata a crescere fino al 35% all’utilizzatore.

Analizzando le disposizioni legislative italiane e i dati sopracitati si comprende come questo bene, l’oro blu, debba essere amministrato direttamente da un organo statale che ne possa ottimizzare i consumi, eliminando gli sprechi, fornendola gratuitamente. L’acqua potabile non è infinita, ma razionalizzata correttamente potrebbe garantire la sopravvivenza dell’umanità nei millenni venturi: perché sprecarla? Il diritto alla vita è sancito dalla Costituzione. Per vivere è necessaria l’acqua potabile. Se l’acqua viene privatizzata, bisognerà pagarla. Ma pagare l’acqua che si beve non è come pagarsi il proprio diritto a vivere?

MAX ZUMSTEIN



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