La casta che protegge se stessa

Il caso del senatore Nicola Di Girolamo, accusato di essere coinvolto nello scandalo Fastweb, di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e al reimpiego di capitali illeciti, nonché di violazione della legge elettorale con l’aggravante mafiosa, ha riportato in luce il vecchio problema della casta che protegge se stessa.

Già nel giugno 2008, infatti, un giudice aveva chiesto l’autorizzazione al Senato per mettere Di Girolamo agli arresti domiciliari. Autorizzazione prontamente respinta dal Senato. A quel tempo l’accusa era “solo” di violazione della legge elettorale: il senatore è stato eletto nella circoscrizione estero pur non vivendo all’estero, grazie alla falsificazione di documenti e alla collaborazione di un funzionario “amico” nel Consolato di Bruxelles.

La giunta del Senato che presiedette l’analisi del caso decise quasi all’unanimità di respingere la richiesta del giudice: solo un senatore dell’IDV votò a favore. Secondo la giunta, infatti, il reato non sarebbe stato abbastanza grave da giustificare il venir meno dell’integrità dell’organo parlamentare:

“Qualora la Giunta ritenesse di escludere la sussistenza di qualsiasi intento persecutorio in danno del parlamentare, l’ulteriore parametro di valutazione è rappresentato dall’esigenza di garantire l’integrità dell’organo parlamentare, esigenza che costituisce il fine prevalente della garanzia costituzionale contemplata dall’articolo 68 della Costituzione. Tale finalità, secondo un consolidato indirizzo giurisprudenziale di Camera e di Senato, può essere pretermessa solo in presenza di casi particolarmente gravi, in cui la natura del reato, la pericolosità del soggetto, l’indispensabilità assoluta della privazione della libertà personale del parlamentare ai fini del corretto progredire del procedimento penale, siano tali da soverchiare l’altra esigenza (Atti Senato, XIII Leg., Doc. IV, n. 4-A). Pertanto, solo la straordinaria gravità del reato e la eccezionale rilevanza delle esigenze cautelari potrebbero rendere motivata e giustificabile la eventuale decisione di arrecare un vulnus al plenum assembleare e quindi di alterare l’equilibrio tra le forze politiche scaturito dal voto popolare (Atti Camera XIII Leg.Doc IV,  n. 17-A; Atti Senato, XIV Leg., Doc. IV, n. 1-A)”.

Quindi, in un luogo come il Parlamento, i cui componenti dovrebbero essere esempi di integrità, moralità e legalità, si permette invece ai delinquenti di restare impuniti. Vista la loro (non) integrità, il ragionamento dei parlamentari è “oggi tocca a te, domani potrebbe toccare a me”. E’ chiaro che, in Italia, il potere di negare l’autorizzazione a procedere a giudizio nei confronti di un deputato o senatore non possa essere nelle mani degli stessi parlamentari. Ho specificato “inItalia” perchè, invece, in altri Paesi – come in Germania – questo strumento funziona bene, grazie ai principi etici e morali dei politici. In Italia, invece, è come se si chiedesse ad una banda di ladri di autorizzare l’arresto di uno di loro.

Il potere di cui stiamo parlando dovrebbe essere, piuttosto, nelle mani del Presidente della Repubblica: egli, infatti, ha già poteri ben più grandi (ad es. quello di scioglimento delle camere), non sarebbe sbilanciato a favore di una fazione politica e, non operando collegialmente, sarebbe direttamente responsabile delle decisioni prese. Ora, al contrario, i componenti delle giunte per le autorizzazioni a procedere si nascondono dietro gli scrutini segreti e i voti di gruppo.

In Parlamento le decisioni dovrebbero essere prese nell’interesse del Paese. In Italia sembra invece scontato e normale che esse siano prese nel solo interesse della classe politica.

Grazie a questa filosofia Nicola Di Girolamo, eletto grazie ai voti mafiosi e protetto dai suoi colleghi parlamentari, continua tuttora a prendere decisioni per il Paese intero.

FRANCESCO



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