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La Casta e gli attacchi a Internet

Scritto da Gianluca Caporlingua il 1 - June - 2010 Letto 632 volte

Internet è sotto attacco. Ma da tanto tempo ormai. La nostra preistorica classe politica identifica da sempre questa straordinaria tecnologia, che ha letteralmente rivoluzionato la vita quotidiana, come un mezzo di comunicazione misterioso, e pertanto temibile.

Ormai anche i meno avvezzi alla rete ne riconoscono la portata e le infinite potenzialità. E si rendono perfettamente conto che è pressoché impossibile controllare il web. Ciò che è incontrollabile, ai piani alti diventa pericoloso. Per loro.

È evidente come la Casta si muova sempre compatta ed al di sopra di qualunque particolarismo di partito. I colori di appartenenza si fondono in un unico grigio sbiadito.

A febbraio del 2009, in occasione dell’approvazione da parte del Senato del cosiddetto “pacchetto sicurezza” (D.d..L. 733) da presentare alla Camera, il Senatore dell’UDC, Gianpiero D’Alia, promosse ed ottenne l’inserimento di un emendamento, l’articolo 50-bis.

L’emendamento firmato da D’Alia (il cui partito teoricamente starebbe all’opposizione), divenuto poi articolo 60, sanciva la “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet”.

Caspita! Un toccasana per uno come Schifani, per esempio, che ebbe a dire chequando c’erano gli anni di piombo e del terrorismo, abbiamo avuto momenti bui ma non vi erano momenti aggregativi pericolosi come esistono oggi attraverso l’uso di questi siti”. Insomma internet è potenzialmente peggio del terrorismo!

Schifani, per la cronaca, è lo stesso che, dopo aver mostrato la sua disponibilità ad incontrare Beppe Grillo per discutere la proposta di legge popolare “Parlamento pulito”, da questi promossa ma chiusa in un cassetto del Senato da una vita, alla fine si tirò indietro impaurito quando il comico propose di filmare l’incontro con una webcam. Va capito, poverino. E se la webcam gli avesse strappato un braccio con un morso?

Con il suo emendamento D’Alia puntava a chiudere (povero illuso) o a bloccare portali come YouTube o l’“indegno” (parole sue) Facebook. Come? Con una forma di ricatto indiretto. Nel momento in cui il ministero avesse individuato contenuti sgraditi, sarebbe partita una diffida nei confronti del gestore che avrebbe avuto, secondo D’Alia, “due possibilità: o ottemperare e quindi cancellare questi contenuti oppure non ottemperare. Se non ottempera diventa complice di chi inneggia a Provenzano e Riina e quindi è giusto che venga oscurato”.

Quindi, per esempio, se al Governo non fossero piaciute le opinioni espresse in un blog, se ne sarebbe potuta ordinare, mediante il Ministero dell’Interno, la chiusura. Il provider si sarebbe quindi trovato di fronte ad un bivio e, verosimilmente, avrebbe scelto il “male minore” attivando l’apposito filtraggio atto a bloccare i contenuti scomodi. Addirittura entro il termine di 24 ore per evitare di incorrere in una sanzione amministrativa pecuniaria da 50.000 a 250.000 euro.

Il blogger colpevole (sempre secondo il Governo) di apologia o istigazione avrebbero rischiato fino a 5 anni di carcere.

Per fortuna, il 29 aprile 2009 l’emendamento D’Alia che era stato approvato al Senato fu abrogato dal “controemendamento” Cassinelli, tradotto poi nell’articolo 60.

Ma non si tratta di un caso isolato. Basti ricordare, fra gli altri tentativi, il progetto di legge 2195 “Disposizioni per assicurare la tutela della legalità nella rete internet e delega al Governo per l’istituzione di un apposito comitato presso l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni” dell’on. Gabriella Carlucci .

Ovviamente, da più parti si avanzò il sospetto che l’ex presentatrice televisiva si fosse fatta scrivere il testo del ddl da qualcun altro. Nello specifico, l’ipotesi più accreditata sembrava essere quella di un tal Davide Rossi, presidente della società Univideo (Unione Italiana Editoria Audiovisiva).

Di fatto, più che tutelare i minori dai rischi della pedofilia on-line, la legge sembrava puntare piuttosto a contrastare la pirateria ed a salvaguardare gli interessi dei detentori dei diritti e dell’industria dei contenuti audiovisivi.

L’ultimo attacco alla rete, in ordine di tempo, è il Decreto Romani. Con la scusa di dover attuare la Direttiva UE 2007/65/CE, che stabilisce che la televisione deve essere soggetta alla medesima disciplina indipendentemente dalla piattaforma tecnologica utilizzata, il Governo mette in scena l’ennesimo tentativo di imbavagliare il web ed evitare la diffusione di fonti di informazione alternative alla tv.

In quaranta pagine di legislazione italiana che applicherebbero 11 righe della direttiva UE, i video blog verrebbero in sostanza equiparati alla televisione all’interno della categoria del “servizio di media audiovisivo”.

Nell’unico Paese al mondo in cui un’azienda (Mediaset) ha fatto causa a Google per i contenuti di sua proprietà presenti su YouTube, i provider dovrebbero verificare e provvedere alla rimozione di tutti i contenuti che possono infrangere il copyright, pena una multa.

Dunque, poniamoci una domanda. Chi trarrebbe davvero giovamento (anche economico) dal ridimensionamento di questa rivoluzionaria tecnologia? A conti fatti, una persona c’è. Indovinate un po’ chi è.

GIANLUCA CAPORLINGUA

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