La Destra Storica

Il 17 marzo 1861 viene proclamato il Regno d’Italia, che deve affrontare da subito problemi scottanti e di non facile soluzione, legati tutti al fatto che alla nuova dimensione territoriale non corrisponde ancora una nuova realtà politica e sociale. L’ingrandimento territoriale non è stato accompagnato da una parallela trasformazione del tessuto sociale, rimasto ancora in una condizione preunitaria. In sostanza, come dice bene lo storico Villari, “l’Italia nuova è formata dagli stessi elementi che formavano l’Italia vecchia”.

Dal 1861 al 1876 il Regno è guidato dalla Destra Storica, la cui azione sembra non considerare la pluralità di realtà del territorio. Benché alcuni politici del tempo siano coscienti delle profonde diversità che attraversano la penisola, l’azione di governo pare non rendersene conto, e procede in modo tale da far parlare di piemontesissazione dell’Italia. Ne è primo simbolo e prova il fatto che il re continui a chiamarsi Vittorio Emanuele II, com’era del Regno di Sardegna, e non I, come dovrebbe essere del nuovo regno.

Per ovviare alla diversità di legislazioni, viene esteso senza alcuna modifica lo Statuto albertino come legge fondamentale del nuovo Stato. Viene imposto anche il sistema amministrativo piemontese, per cui l’Italia è divisa in province rette da prefetti, nella stragrande maggioranza piemontesi, rappresentanti diretti del governo, in uno Stato fortemente accentrato.

D’altra parte, la Destra Storica non può considerarsi un partito, ma un insieme di personalità politiche vicine alle posizioni di Cavour, prevalentemente piemontesi, ma anche di origine meridionale esuli in Piemonte, dove si sono formate politicamente, e dove hanno ormai perso i contatti con la terra d’origine, della quale non conoscono più i problemi reali. Bisogna anche riconoscere l’effettiva necessità di non turbare la nazioni europee. L’Europa guarda con preoccupazione alla nascita del nuovo Stato, che può scardinare gli equilibri, soprattutto quando non ha ancora raggiunto la definitiva dimensione e unità, alle quali certo non rinuncia.

Si parlava prima di piemontesissazione, cioè dell’estensione a tutto il territorio di norme e disposizioni che non tengono conto delle diversità locali. Lo scotto più grande di questa politica si paga nel meridione. Già la popolazione del Regno delle Due Sicilie non sempre aveva capito l’azione di Garibaldi, che si presentava come un liberatore, ma poi era pronto a reprimere duramente le rivolte contadine verso i proprietari terrieri. Ora gli uomini del Sud Italia non comprendono e non guardano con favore a questo nuovo Stato, lontano fisicamente e idealmente, che impone leggi a tutto sfavore della povera gente. Le tasse, necessarie per tentare il pareggio del bilancio, in forte deficit, vanno a gravare perlopiù sulle fasce deboli, essendo imposte indirette; viene reintrodotta perfino l’odiata tassa sul macinato, tolta proprio da Garibaldi. La leva obbligatoria, che pure ha tanti meriti, tra cui il far conoscere gli italiani tra di loro e l’avviarli a una prima alfabetizzazione (l’esercito è praticamente obbligato a organizzare corsi, trovandosi di fronte uomini totalmente analfabeti, che parlano dialetti tanto diversi da non capirsi neppure), priva le famiglie di un importante mezzo di sostentamento. Aggiungiamo il desiderio connaturato nelle popolazioni contadine sfruttate di ribellarsi contro l’oppressore; l’esistenza di bande armate rimaste fedeli ai Borboni; l’avversione di gran parte del clero al nuovo Stato, e capiamo la dimensione del fenomeno probabilmente più tragico della prima storia unitaria: il brigantaggio.

Dal 1861 al 1865 bande di briganti, con l’appoggio della popolazione, vivendo nella macchia si ribellano in modo violento al nuovo Stato, ai loro occhi sostituitosi al precedente solo per mostrarsi peggiore. E qual è la reazione del Regno? Anziché combattere il fenomeno cercando contemporaneamente di capirne le cause, il governo invia le truppe, istituisce tribunali militari, stabilisce addirittura la legge marziale su tutti i territori “infestati” dai briganti. La repressione più dura, quindi, che risolve la questione dei briganti, ma aggrava il problema meridionale.

STEFANIA



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