La differenza tra le inchieste minacciate e le inchieste pubblicate

Dopo la perquisizione e l’acquisizione degli atti da parte della magistratura di Napoli in relazione alle presunte minacce ricevute dalla presidente di Confindustria tramite il vice direttore del “Giornale” Nicola Porro rivolte al portavoce della Marcegaglia, sono partite come al solito le strombazzate degli stessi autori della presunta magagna, accompagnati dagli illustri commenti dei cani da tartufo del Governo al servizio tutti insieme appassionatamente degli interessi del solito capo.

La tesi sostenuta dai promotori delle libertà..di stampa, è che la telefonata con le presunte minacce di Porro al portavoce Rinaldo Arpisella fosse una telefonata scherzosa dato il rapporto di amicizia che lega i due, lo stesso Porro ha chiesto (e ottenuto) la pubblicazione della conversazione; ora, a parte che il tono scherzoso è stato percepito  solo da Porro e non dall’altro interlocutore della telefonata, visto che Arpisella, interpellato, si è dichiarato quantomeno preoccupato dalla telefonata ricevuta, tanto da ritenere necessario avvisare la presidente di Confindustria per informarla dei fatti (ma forse il giorno della telefonata, mentre Porro parlava, quei mattacchioni di Feltri, Sallusti, Facci e Belpietro ascoltavano dietro la porta, visto che tutti insieme giurano che Porro stesse scherzando…).

L’ulteriore conferma arriva oggi dalla pubblicazione dell’audio delle telefonate da parte del “Fatto Quotidiano”; ascoltando la conversazione, non sembra esserci un clima da barzelletta su Rosi Bindi, infatti il portavoce della presidente di Confindustria, prima cerca di sincerarsi se il vice direttore del Giornale dica sul serio e sul perché si starebbero spostando i “segugi” verso le vicende della famiglia Marcegaglia e successivamente si precipita ad informare la Marcegaglia in persona che chiama il presidente di Mediaset Confalonieri (proprietario di circa il 20% delle azioni del Giornale) il quale interpella Feltri che tranquillizza (momentaneamente) tutta la compagnia.

L’altro argomento che si sostiene per fare del sano vittimismo, riguarda la libertà d’espressione, di stampa, di inchiesta etc etc reclamando, tra l’altro, mancate ispezioni presso le sedi di altri giornali scomodi (al premier) in occasione di dossier ad esempio sulle dubbie frequentazioni affaristiche della seconda carica dello stato Schifani.

Qui la differenza è ancora più marcata sul modo di fare giornalismo, ci sono testate che: conducono un inchiesta, raccolgono notizie, le verificano e alla fine, se confermate, le pubblicano..questa è libertà di stampa; altre invece preparano dossier (e a volte li inventano di sana pianta come nel caso Boffo), informano la parte interessata delle notizie scomode che potrebbero saltar fuori in caso di dissenso dalla linea del governo (è successo con la Marcegaglia ed era successo anche con Fini alle prime avvisaglie di rottura col premier), e le tengono nel cassetto fino a che l’attenzionato se ne sta buono (anche qui, la campagna su Fini è stata scatenata dopo la rottura ufficiale e nel caso Marcegaglia, l’eventuale dossier era stato “scherzosamente” annunciato all’indomani di un’intervista sul Corriere della Sera non proprio in linea con l’operato del Governo)…questo modo di fare giornalismo si chiama…ricatto

Non si può urlare alla censura e al diritto alla libertà d’espressione quando si attacca qualcuno solo a comando e se non riga dritto rispetto ai voleri della proprietà del giornale (e del Governo)…fino a quando Fini era buono buono il cofondatore del Pdl nessuno ha messo il naso nei suoi affari e la sua compagna era l’artefice della “svolta moderata” del presidente della Camera, alla Marcegaglia era stata addirittura offerta la poltrona da Ministro dello sviluppo economico.

Chissà quanti dossier veri o farlocchi riempiono i cassetti di questa gente pronti a saltar fuori al primo alito di dissenso…e la chiamano democrazia.

VINCENZO PACILE’



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