La dipartita del Minzo e l’eredità berlusconiana

Tra i tanti spunti che la vicenda umana di Augusto Minzolini ha offerto, ce n’è solo uno che mi ha colpito veramente. Non si tratta della condizione della Rai emersa dallo sfondo della storiaccia, con la sua sempre più evidente lottizzazione politica (palese anche ieri, con gli esiti delle due votazioni necessarie alla destituzione e alla nomina del nuovo direttore del tg1), già scandalosa in quanto tale; non si tratta della solita constatazione dell’erroneità della definizione «servizio pubblico», appioppata ad un ente che ormai di “nazionalpopolare” – nel senso di un’istituzione mossa da intenti volti a far crescere un’intera collettività, i cittadini di una nazione – ha ben poco; non si tratta in definitiva della conseguenza di tutto questo, ovvero della deriva di quella che è stata (e dovrebbe essere) la prima azienda culturale italiana, ormai lampante a chiunque dia un’occhiata alla programmazione offerta da viale Mazzini. Quello che mi ha colpito della momentanea conclusione della storia tra la Rai e il Minzo può certamente comprendere anche quanto elencato ma, trattandosi di questioni tutte note da tempo (se non proprio dalla nascita stessa della Radiotelevisione italiana, il cavallo di viale Mazzini è in agonia da almeno un trentennio), ritengo che di essa vada messo in risalto un altro punto, a mio modo di vedere ben più pericoloso: la scomparsa della logica in Italia.

Il siluramento di Minzolini è stato provocato da una serie di dati oggettivi, tutti egualmente gravi: lo svilimento del ruolo del primo tg nazionale, reso nell’anno e mezzo di augusta direzione una macchietta, lontano anni luce dall’informare e fornire ai cittadini il giusto bagaglio quotidiano di informazioni necessarie per la creazione di una vera e propria «opinione pubblica» (che si tratti dell’offuscamento o censura di notizie, come la prescrizione di Mills spacciata per assoluzione, o di abuso dei servizi d’intrattenimento, ottimamente seguito dalla Minzoparade del Fatto Quotidiano, poco importa); l’orgogliosa rivendicazione da parte del «direttorissimo» di appartenere a Berlusconi, fatto che ha portato il TG1 a diventare – o ad essere quantomeno percepito come – un’altra ammiraglia del sistema messo in piedi dall’ex premier (soprattutto grazie agli indimenticabili editoriali e alle censure di cui sopra, oltre che agli ostracismi di conduttori storici); l’imbarazzante calo degli ascolti (dal 29% medio di Riotta, il 28 novembre scorso il TG1 è sprofondato fino al 16% di share), con conseguenti cali degli introiti pubblicitari per la Rai (costretta a pagare anche le multe Agcom per lo sbilanciamento politico appena illustrato, ovviamente coi soldi dei cittadini); infine, le inchieste giudiziarie, dalla rivelazione del segreto istruttorio nell’indagine connessa all’inchiesta sulle pressioni di Berlusconi per far chiudere Annozero (indagato dalla procura di Trani e poi archiviato da quella competente di Roma, Minzolini si è quantomeno confermato come troppo vicino agli interessi berlusconiani, avendo rivelato al portavoce dell’ex premier l’esistenza di un procedimento giudiziario sulle revolving card American Express) fino alla goccia che ha fatto traboccare il vaso: l’imputazione per peculato certificata nei giorni scorsi, atto dovuto rispetto alla spesa ingiustificata di 65.000 euro aziendali. In un Paese normale, ciascuno di questi punti sarebbe stato sufficiente per lasciare a casa chicchessia: sia che si prenda il piano etico (ha contribuito a distruggere la prima fabbrica di cultura del Paese), professionale (il giornalista, pur con le proprie idee, ha l’obbligo dell’obiettività ed oltretutto, in qualità di direttore, deve portare risultati soddisfacenti all’azienda) o penale (si è avvalso di benefit probabilmente non dovuti, tradendo il proprio datore di lavoro), risulta impossibile pensare ancora di giustificare Minzolini. L’Italia però, come ben si sa, non è un Paese normale, tant’è che anche per il Minzo la logica può essere tranquillamente messa da parte.

Il direttore ha sempre avuto la risposta pronta per ciascuna di queste rimostranze: limitandoci a ricordare qualche giustificazione per alcuni dei casi citati, a parer suo parlare di assoluzione per Mills è una naturale «sintesi giornalistica», i suoi editoriali sono un suo «diritto e dovere» poiché lui ha «il diritto di avere una sede per esprimere opinioni» come gli altri direttori («Riotta ne fece 15, per non parlare di Curzi»), il calo dello share è dovuto ai programmi che lo precedono («trasmissione noiosa che ha fatto da traino negativo»), mai alla qualità del suo tg. Risposte arroganti, del tutto illogiche (quella su Mills è solamente una pericolosa semplificazione di un concetto giuridico, guarda caso utile alla difesa del premier, anche lui aduso a confondere prescrizione e assoluzione; gli editoriali sono liberi, ma nei tg nazionali del servizio pubblico non sono quasi mai politici e a difesa unicamente della stessa fazione, quella che ti ha piazzato alla direzione; il calo dello share è un dato oggettivo che si sta consolidando negli anni, non un fenomeno estemporaneo), stesse componenti che caratterizzano le dichiarazioni pronunciate da Minzolini per difendersi dall’accusa di peculato: il reato non esiste, perché ha già restituito l’intera somma contestata, che comunque faceva parte di un benefit di cui hanno usufruito tutti, e poi Masi per due anni non gli ha mai chiesto nulla. Semplicemente fantastico: se ritieni che quei soldi li hai presi lecitamente, perché li restituisci? Se gli altri rubano, rubi anche tu e non dovremmo processarti? Se l’azienda non ti denuncia, è tutto ok (al posto della Rai, immaginate un commerciante alle prese col pizzo mafioso)?

In un Paese normale, sentendo queste corbellerie, Minzolini sarebbe stato cacciato in tronco con nota di disonore e con successiva causa da parte del suo datore di lavoro. In Italia invece è già tanto se la Rai si è costituita parte civile. In Italia infatti manca la logica, soprattutto se parliamo dei cosiddetti berluscones, guidati dal loro capo, quello del «la pagavo per non prostituirsi». Questo fenomeno – già ottimamente illustrato da Claudio Magris e ripreso da Marco Travaglio in un editoriale di un mese e mezzo fa – merita maggiore attenzione rispetto agli altri spunti del trasferimento di Minzolini per un motivo a mio avviso molto semplice: se il necessario confronto tra le opinioni non si basa su un terreno comune, quello della logica (variamente estendibile all’adesione ai fatti, al rispetto del principio di non contraddizione, alla sacralità del rapporto causa-effetto, insomma, al buonsenso che dovrebbe unire tutti gli esseri dotati di un cervello), allora è inutile parlare di qualsiasi cosa. Il principio in atto è quello della distorsione della libertà di parola (se uno dice cazzate, non gli si può comunque tappare la bocca), del contraddittorio (chi dice il vero ha la stessa legittimità di chi racconta balle), del dialogo (coi ladri ci si parla e si scende a compromessi, soprattutto se sono al potere, e non li si può mai definire tali) e – nell’epoca dei tecnici – della responsabilità (non si può parlare dello scandalo del beauty contest per l’assegnazione delle frequenze televisive regalate ai soliti noti perché sennò cade il governo), principio che ci lascia solo due alternative:  lasciare la parola a tutti rispettandosi in egual misura (facendo così vincere chi ha i mezzi per continuare a ripetere a tamburo battente la sua visione dei fatti), oppure rassegnarsi e accettare così da subito questa situazione, quella che 20 anni di berlusconismo ci sta lasciando in eredità.


About

Nato nel 1987 a Vicenza, consegue a Padova la laurea triennale in Lettere moderne, quella magistrale in Filologia medievale e il dottorato di ricerca in Filologia romanza. Creatore nel 2009 del blog bile.ilcannocchiale.it (sospeso nel 2011 per collaborare con "Wilditaly" e citato ne "I nuovi mostri" di Oliviero Beha nell’elenco delle "associazioni che a vario titolo rientrino nell’accezione culturale di chi promuove riflessioni sullo stato del Paese”), fino a gennaio 2011 ha fatto parte della redazione della rivista online "Conaltrimezzi", dirigendo le sezioni dedicate all’attualità e al mondo universitario. REDATTORE SEZIONE INTERNI


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